Una fotografia aggiornata della contaminazione da Pfas mostra pesci contaminati lungo le coste e acque potabili segnate dalla presenza di composti chimici persistenti: mentre mancano controlli sistematici, torna in Consiglio regionale una proposta di legge per regolamentare l’emergenza
La mappa aggiornata della contaminazione da Pfas in Calabria restituisce un quadro preoccupante: pesci contaminati lungo entrambe le coste e acqua potabile segnata dalla presenza di queste sostanze praticamente indistruttibili, capaci di accumularsi per anni nell’ambiente e nei tessuti umani. Le nuove analisi di Greenpeace e le rilevazioni dell’Arpacal riportano la regione tra le aree italiane più colpite dalle contaminazioni rilevate negli ultimi anni.
Negli studi condotti tra il 2021 e il 2024, triglie, naselli e crostacei prelevati in punti strategici del Tirreno e dello Ionio — da Sibari a Roccella Jonica, da Nicotera a Lamezia Terme — hanno mostrato concentrazioni elevate di Pfos, uno dei composti più tossici tra i Pfas. Alcuni campioni hanno superato i limiti imposti dalla normativa europea, compresi quelli relativi alle cicale di mare, specie molto diffusa nel commercio locale. Il fenomeno riguarda sia il pescato del Tirreno che quello dello Ionio, segnando un impatto trasversale che non risparmia nessuna delle principali marinerie.
Sul fronte idrico, la situazione non appare meno critica. Il report “Acque senza veleni”, pubblicato nel 2025, ha registrato la presenza di almeno una molecola Pfas in 12 campioni su 13 analizzati in città come Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Vibo Valentia, Lamezia Terme e Corigliano Rossano. In diversi casi è stato rilevato il Pfoa, classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come certamente cancerogeno. Il lungo ritardo nei monitoraggi — iniziati in maniera sistematica solo nel 2023 — indica che la popolazione potrebbe essere stata esposta per anni senza saperlo.
In questo scenario si riapre il dibattito politico. Il consigliere regionale Ferdinando Laghi ha annunciato la ripresentazione della proposta di legge che aveva elaborato nella scorsa legislatura e che mira a regolamentare l’uso dei Pfas, ridurne la diffusione e istituire un sistema stabile di controlli. Il testo prevede una mappatura completa delle aree a rischio, l’introduzione di limiti rigorosi, campagne di monitoraggio su acqua, suolo e pescato, e la creazione di un Comitato Tecnico Scientifico Regionale incaricato di seguire l’evoluzione del fenomeno.
La sfida, però, è complessa. I Pfas comprendono centinaia di molecole con comportamenti diversi, e analizzarle tutte richiede risorse, tempo e infrastrutture tecniche avanzate. Eppure, l’urgenza è evidente: i dati suggeriscono che la contaminazione calabrese non è un caso isolato, ma parte di un problema diffuso in tutta Italia. Davanti a sostanze che non degradano e che possono accumularsi nei nostri corpi per anni, la richiesta di controlli e interventi non è più una scelta, ma una necessità.


















