Calabria, il conto della mancata prevenzione: dal Crati a Caulonia, un territorio che chiede sicurezza
Frane, alluvioni, coste divorate dal mare e milioni di euro spesi senza riuscire a mettere davvero in sicurezza il territorio. È questo il quadro emerso dall’inchiesta di PresaDiretta Open, che ha acceso i riflettori sulle conseguenze dei cicloni che hanno colpito la Calabria e, soprattutto, sulle responsabilità e sui ritardi che continuano a rendere fragile una regione esposta agli eventi climatici estremi.
Il racconto di Riccardo Iacona ha attraversato alcuni dei luoghi più colpiti, dalla Piana di Sibari a Caulonia, mostrando come, dietro ogni emergenza, ci siano comunità costrette a convivere con la paura, attività economiche danneggiate e opere pubbliche che spesso non arrivano a compimento.
Il Crati, un fiume che non può più aspettare
Al centro dell’inchiesta c’è il fiume Crati, il più lungo della Calabria, e la vasta pianura di Sibari, una delle aree agricole più importanti della regione. Il fiume, nel corso dei secoli, ha contribuito a rendere fertile questo territorio, sostenendo un comparto agroalimentare dal valore di centinaia di milioni di euro ogni anno.
Ma il ciclone Harry ha trasformato quella ricchezza in una nuova emergenza. Circa 3.000 ettari di terreno sono finiti sott’acqua, con agrumeti compromessi dall’acqua rimasta nei campi per giorni e aziende agricole e zootecniche costrette a fare i conti con danni ingenti.
Nella contrada Foggia, dove vivono circa 600 famiglie, il rapporto con il Crati è diventato, da anni, una convivenza difficile. Dal 2008 si sono susseguite numerose esondazioni. Dopo l’ultima alluvione, gli abitanti si sono organizzati nel comitato “I Guardiani del Crati”, chiedendo interventi di manutenzione e messa in sicurezza.
La domanda che emerge dal loro racconto è semplice: perché si continua a intervenire soltanto dopo che il fiume ha fatto danni?
Milioni stanziati, lavori mai partiti
Uno dei passaggi più significativi dell’inchiesta riguarda le risorse destinate alla prevenzione. Per il Crati erano stati previsti finanziamenti già negli anni passati, tra cui 8 milioni di euro intercettati nel 2018 e ulteriori risorse destinate alla foce, descritta come ormai fortemente compromessa dall’accumulo di sedimenti.
Il problema, però, è che molti di questi lavori non sono mai partiti o sono rimasti fermi per anni.
Nel frattempo, il fiume ha continuato a esondare. Gli interventi realizzati in emergenza, come gli argini provvisori, non hanno risolto il problema. In un punto già interessato da una rottura nel 2018, nel 2026 il Crati ha nuovamente tracimato. Per una soluzione temporanea sarebbero stati spesi circa 5 milioni di euro, senza che il territorio possa ancora dirsi al sicuro.
È questa la contraddizione che attraversa tutta l’inchiesta: si spendono risorse per riparare i danni, ma troppo spesso non si riesce a realizzare un intervento strutturale capace di prevenirli.
Argini fragili e una foce diventata un tappo
Il geologo Carlo Tansi, intervistato durante il programma, ha spiegato come gli argini del Crati siano in molti tratti vecchi, costruiti in terra e quindi particolarmente cedevoli. A questo si aggiunge il progressivo innalzamento del letto del fiume, dovuto alla deposizione di sedimenti trasportati dalle alluvioni.
Il risultato è evidente: il fiume ha sempre meno capacità di smaltire l’acqua, mentre alla foce si è formato un vero e proprio accumulo di detriti che ostacola il naturale deflusso verso il mare.
La manutenzione, dunque, non può limitarsi a interventi occasionali. Servirebbero argini adeguati, pulizia dell’alveo, gestione dei sedimenti e un progetto complessivo sul bacino, capace di affrontare il problema prima che si trasformi nell’ennesima emergenza.
Dissesto idrogeologico: la memoria delle alluvioni e il caso Sibari
Il racconto ha ricordato anche le alluvioni che hanno segnato il Crati negli ultimi decenni. Tra il 2000 e il 2013, secondo la ricostruzione citata nel programma, furono censiti 27 eventi alluvionali.
L’alluvione del 18 gennaio 2013 aveva avuto conseguenze particolarmente gravi, arrivando a sommergere di acqua e fango gli scavi archeologici di Sibari, uno dei siti più importanti della Magna Grecia.
Le indagini avviate dopo quell’evento avevano evidenziato, tra le altre cose, la presenza di costruzioni realizzate in aree ad alto rischio idrogeologico e le condizioni deteriorate degli argini. Il procedimento, tuttavia, non arrivò a una definizione delle responsabilità in sede processuale a causa della prescrizione.
Un passaggio che riporta al centro una questione più ampia del dissesto idrogeologico: la prevenzione del dissesto idrogeologico non è soltanto una questione tecnica, ma anche amministrativa, politica e giudiziaria.
Caulonia, la frana che continua a muoversi
Dalla Piana di Sibari il viaggio di PresaDiretta si è spostato a Caulonia, nel Reggino, dove una frana sta mettendo a rischio una parte del paese.
Il fronte franoso, esteso per circa 600 metri, ha già provocato il cedimento di una frazione e, con il ciclone Harry, si è ulteriormente allargato. Il territorio, nonostante anni di interventi, continua a mostrare segnali preoccupanti.
Le immagini raccontano di contrafforti in cemento crollati, tiranti che non hanno retto e strutture che stanno cedendo. Anche un intervento avviato più recentemente, con vasche in cemento destinate a sostenere il terreno e consentire la ricostruzione della pavimentazione, presenta problemi.
Secondo quanto spiegato durante il programma, una delle cause è legata alla gestione delle acque: l’acqua non viene drenata correttamente e continua ad alimentare il movimento franoso.
Il progetto prevedeva un pozzo per raccogliere e convogliare le acque, ma l’opera non è ancora stata realizzata. Nel frattempo, il sistema provvisorio di drenaggio, pensato per una durata limitata, continua a essere utilizzato ben oltre il previsto.
Il rischio è che l’acqua finisca per compromettere anche ciò che è stato costruito per fermare la frana.
Il nodo dei finanziamenti e dei tempi
A Caulonia il problema non sembra essere soltanto la mancanza di risorse, ma anche la difficoltà di completare un intervento complesso nei tempi necessari.
Il finanziamento iniziale, pari a circa 1 milione e 70 mila euro, viene descritto come insufficiente per affrontare l’intero dissesto. Il risultato è un’opera realizzata per lotti, mentre la frana continua a muoversi.
È una situazione che richiama quanto emerso sul Crati: interventi parziali, tempi lunghi e opere provvisorie rischiano di diventare vulnerabili prima ancora di essere completate.
Dissesto idrogeologico, la Regione: “Servono semplificazione e velocizzazione”
Nel corso dell’inchiesta è intervenuto anche il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che ha illustrato il lavoro svolto insieme alle autorità di bacino per mappare il territorio e conoscere meglio il sistema fluviale e i sedimenti presenti nei corsi d’acqua.
Alla domanda sul perché sia così difficile realizzare gli interventi nei tempi giusti, Occhiuto ha indicato il problema delle procedure eccessivamente complesse per far fronte al dissesto idrogeologico.
Per un intervento di mitigazione del rischio legato all’erosione costiera, ha spiegato, possono essere necessarie numerose autorizzazioni. Il rischio è che, quando finalmente i lavori partono, le condizioni del territorio siano già cambiate.
La semplificazione, dunque, viene indicata come una delle chiavi per accelerare la spesa e rendere più efficace la prevenzione.
Ma l’inchiesta lascia aperta anche un’altra domanda: oltre alle risorse e alle autorizzazioni, dove sono i progetti strutturali capaci di affrontare davvero il dissesto?
Il Crati e Caulonia non sono casi isolati. Sono due esempi di una fragilità che attraversa molti territori calabresi, dalle aree interne alle coste, e che si manifesta ogni volta che un evento meteorologico estremo mette alla prova infrastrutture e sistemi di protezione.
Il punto centrale emerso dal programma è che l’emergenza non può continuare a essere l’unico momento in cui si interviene.
La Calabria ha bisogno di una strategia di lungo periodo: manutenzione ordinaria dei fiumi, opere progettate e completate, controllo del territorio, gestione delle acque, prevenzione del rischio e tempi amministrativi compatibili con la velocità dei fenomeni naturali.
Perché il costo della mancata prevenzione non è soltanto economico. È fatto di aziende che perdono raccolti, famiglie che vedono danneggiate le proprie case, paesi che rischiano di franare e comunità che vivono nell’incertezza.

















