La mostra “Magna Graecia Roots Tribute” celebra gli 80 anni dello stilista senza nostalgia, tra mare, rovine e miti antichi.
Dal 19 dicembre al 19 aprile, il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria ospita una mostra dedicata a Gianni Versace in occasione degli ottant’anni dalla nascita dello stilista. Intitolata “Magna Graecia Roots Tribute”, l’esposizione non si limita a celebrare un’icona della moda né a nutrire la nostalgia dei suoi fan: è piuttosto un atto di riappropriazione culturale, un ritorno radicale alle origini, tra mare, rovine, luce abbagliante e miti mai addomesticati.
Versace amava ripetere: “Io sono nato a Reggio Calabria”. Parole semplici e quasi brutali, che qui diventano il manifesto curatoriale. Curata da Sabina Albano e Fabrizio Sudano, la mostra intreccia moda, archeologia, memoria e territorio, mettendo in dialogo oltre 400 pezzi tra abiti, accessori, arredi, bozzetti, fotografie e materiali d’archivio con reperti della Magna Grecia, della Calabria romana, tardoantica e bizantina. L’obiettivo non è spiegare l’uno con l’altro, ma farli vibrare insieme.
Versace non citava l’antico come gesto colto: lo abitava. Ricordava le visite al Museo di Reggio, i piccoli bronzi, le statue del Santuario di Persefone a Locri. In mostra, queste memorie dialogano con i suoi abiti: il meandro come ossessione grafica, la Medusa come figura apotropaica, il corpo come luogo politico e mitologico. Accanto ai capi, antefisse con volti di Medusa, ceramiche figurate, affreschi e statuette in terracotta appaiono improvvisamente contemporanei nello sguardo dello spettatore.
Il percorso espositivo si articola in sezioni che funzionano come capitoli di un’autobiografia non lineare: Città Madre, Visioni del Sud, Codice Versace, con la ricostruzione del suo studio e uno spazio dedicato ai bozzetti per balletto e costume, frutto delle collaborazioni con Maurice Béjart, John Cox e Roland Petit. Qui emerge un Versace totale, per cui moda, teatro e musica sono parti dello stesso linguaggio.
Tra i pezzi più potenti, la lastra in stucco della chiesa di Santa Maria Theotokos di Terreti, tornata visibile dopo quindici anni, e frammenti di affresco restaurati, testimoniano la stratificazione culturale che la mostra non semplifica. È un Sud che non chiede indulgenza, ma attenzione, come ricordava lo stilista: “La Calabria è profumo, luce abbagliante, ombre”.
La mostra si amplia anche con il progetto diffuso Terra Mater, che coinvolge archivi, scuole, università e artisti, restituendo Versace come prodotto di una comunità culturale più che come genio isolato. Versace stesso citava Kavafis: “Se abbiamo abbattuto le loro statue, non per questo gli Dei sono morti”. Questa mostra ne è la prova: i miti e le origini di Versace non se ne sono mai andati, continuano a parlare al presente.


















