Tommaso Campanella, rivoluzione e utopia alla Fondazione Premio Sila

Tommaso Campanella, rivoluzione e utopia alla Fondazione Premio Sila
Tommaso Campanella, rivoluzione e utopia alla Fondazione Premio Sila

Un incontro dedicato alla rivoluzione culturale e politica di Tommaso Campanella, tra utopia, carcere e libertà, che ha riportato al centro del dibattito contemporaneo “La città del sole” e la Calabria del Seicento

La rivoluzione come idea, come ferita e come promessa ha attraversato l’incontro che si è svolto ieri nella sede della Fondazione Premio Sila, dove Tommaso Campanella e la sua opera più celebre, “La città del sole”, sono tornati protagonisti davanti a una platea numerosa e partecipe, nel cuore del centro storico di Cosenza.

La storica sede di via Salita Liceo, gremita in ogni ordine di posti, ha fatto da cornice a una serata di alto profilo culturale, segnata da un clima di ascolto intenso e attenzione profonda. A guidare il pubblico in questo viaggio nella Calabria inquieta e visionaria del Seicento sono stati Luca Addante, storico della filosofia e curatore dell’edizione Einaudi della Città del sole, e Massimo Veltri, ingegnere, già docente dell’Unical ed ex Senatore della Repubblica, protagonisti di un dialogo serrato e ricco di suggestioni.

Ad aprire l’incontro è stato il presidente della Fondazione Premio Sila, Enzo Paolini, che ha ricordato il valore simbolico del luogo, un tempo sede del Consiglio comunale. Uno spazio carico di memoria civile, dove si sono formate idee di democrazia e Costituzione, oggi restituito alla riflessione culturale come atto di continuità storica. Parlare di Campanella, ha sottolineato Paolini, significa interrogare il presente attraverso le radici più profonde della nostra storia.

Nel suo intervento, Luca Addante ha restituito la statura di Campanella come figura radicalmente scomoda e rivoluzionaria, segnata da una vita di persecuzioni, torture e lunghi anni di carcere. Su 71 anni di vita, il filosofo calabrese ne trascorse 34 in prigione, sfuggendo al rogo solo fingendo la follia. La sua fu una esistenza interamente consumata nella tensione tra pensiero e potere, tra desiderio di libertà e repressione.

Particolare rilievo è stato dato al tentativo insurrezionale del 1599, una vera rivoluzione calabrese che coinvolse monaci, frati, nobili, banditi e popolo, con l’obiettivo di abbattere l’oppressione spagnola e fondare una Repubblica della libertà naturale. Un progetto audace, radicato nel territorio e alimentato da un consenso diffuso, che racconta una Calabria tutt’altro che marginale nella storia europea.

Ampio spazio è stato dedicato a “La città del sole”, definita da Addante il classico calabrese più tradotto al mondo, con oltre 150 edizioni e traduzioni in decine di lingue, dall’asiatico all’europeo. Un primato assoluto che colloca l’opera non solo nel canone dell’utopia filosofica, ma come il testo calabrese di maggiore diffusione internazionale di tutti i tempi.

Ma il cuore dell’intervento di Addante ha riguardato una rilettura radicale dell’opera: la Città del sole non come progetto politico da realizzare, bensì come esperimento mentale, uno stato di natura ante litteram. Una scoperta supportata dal ritrovamento di un testo inedito, che colloca Campanella cinquant’anni prima di Hobbes nella storia del giusnaturalismo, anticipando i temi di libertà e uguaglianza che confluiranno nell’Illuminismo e nelle grandi rivoluzioni moderne.

Tre le libertà fondamentali individuate da Campanella e messe in luce da Addante: la libertà di pensiero, la libertà dalla schiavitù e la libertà dalla miseria. Concetti di sorprendente attualità, che parlano ancora oggi a una società segnata da diseguaglianze profonde e nuove forme di sfruttamento.

Non meno coinvolgente il passaggio dedicato alla battaglia filologica intorno al testo, che ha visto contrapporsi le edizioni curate da Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Addante ha ricostruito con rigore le alterazioni introdotte nel secondo dopoguerra, mostrando come per decenni si sia considerata definitiva un’edizione profondamente problematica, con ricadute importanti sulla lettura dell’opera.

Il dialogo con Massimo Veltri ha aperto ulteriori riflessioni sul rapporto tra utopia e politica, tra repressione e pensiero critico. Particolarmente significativa la domanda sul contesto del 1939, quando Leone Ginzburg suggerì a Bobbio di lavorare su Campanella, in pieno regime fascista: un gesto tutt’altro che neutro, pensato per riattivare coscienze critiche in un tempo di censura.