Il neuroscienziato Antonio Cerasa ha spiegato come e perché le parole influiscono sulla nostra vita
Pochi minuti ma capaci di riassumere, suscitando emozioni, tutto ciò che il Festival d’Autunno ha offerto nel suo cartellone: 18 appuntamenti tra grandi concerti, presentazioni di libri e conferenze, con assoluta protagonista la parola.
È stato un trailer riassuntivo dei due mesi di programmazione ad aprire l’ultimo evento della rassegna, dal titolo “Da dove nascono le parole – La scatola magica”, che nella sala conferenze del Complesso Monumentale San Giovanni di Catanzaro ha visto il neuroscienziato Antonio Cerasa spiegare al pubblico come le parole influenzino la nostra vita.
Cerasa, ricercatore del CNR, docente all’Università Magna Graecia e autore di libri e pubblicazioni scientifiche, ha proposto una lezione dal carattere divulgativo, partendo da una testimonianza straordinaria: quella di Angelo Massaro, un uomo detenuto ingiustamente in carcere.
La forza delle parole
“Ventun anni di galera per un omicidio che non aveva commesso – ha raccontato Cerasa – passando per tre gradi di giudizio che lo vedevano sempre condannato. Ho avuto il piacere di parlargli e di chiedergli dove avesse trovato la forza per superare tutto questo. Mi ha detto: mi ripetevo ogni mattina ‘Io sono innocente’ e ascoltavo la voce di mio figlio che mi diceva di tornare a casa”.

La forza arrivava quindi dalle parole, che “per raggiungere il potere di farci cambiare – ha spiegato – devono passare tre fasi. “La prima è seminare l’idea – ha proseguito – o me la sento sulla mia pelle, la vivo completamente, oppure me la innestano da fuori”.
In quest’ultimo caso è necessario fare attenzione. “Per esempio – ha spiegato – spesso si prende per buono il detto ‘Mazze e panelle fanno i figli belli’. Ebbene: questo detto è una follia sociale. Le botte sono un rinforzo negativo valido per un animale, ma in un bambino umano diventano un simbolo di punizione, che gli fa credere di non valere niente”.
La speranza
La seconda fase del processo è la speranza, che si misura biologicamente: “Se la mente ha fecondato l’idea, la speranza è la sua placenta, il suo involucro, che la protegge dagli attacchi esterni”.
Cerasa ha quindi proposto alcune frasi legate alla speranza: “‘Io voglio guarire, io voglio rispetto, io voglio essere amato, io non voglio essere solo, io voglio essere libero’: cinque motivatori della mia speranza quotidiana che alimentano le mie idee”.
Ha citato la ricerca del professor Fabrizio Benedetti, che ha dimostrato come la speranza possa, in alcuni casi, bloccare malattie degenerative: “Non si tratta di una cura – ha precisato – ma di un effetto transitorio. E comunque dimostra quanto la speranza sia importante nella nostra vita”.
La resilienza
Ultima fase analizzata è stata la resilienza, definita come quegli stili di abitudini che ci aiutano a stare bene. “La dimensione più facile – ha affermato – è quella fisica: riposare, nutrirsi bene e fare fitness sono regole spesso consigliate per migliorare il benessere. Camminare molto quando si è assorbiti da mille problemi è un vero toccasana, capace di ridurre lo stress. Ma esiste anche una dimensione spirituale: posso fare resilienza usando le parole, pregando o meditando”.
La terapia della parola
Cerasa ha introdotto il concetto di terapia della parola, o psicoterapia, citando una ricerca di Science che evidenzia come i neuroni vengano modellati e, attraverso le parole, sia possibile staccare il legame dall’oggetto fisico.
“Io ti perdono”
Una rivelazione finale: “Qual è la frase che crea benessere più di tutte le altre? ‘Io ti perdono’”. Alcuni psicologi, in Sierra Nevada e dopo la guerra civile, hanno avviato un programma di riconciliazione tra vittime e carnefici, evidenziando come il perdono produca straordinari benefici, non solo nel singolo individuo ma nella società. “Vi consiglio – ha detto Cerasa – di provare questa semplice pratica: chiedete perdono e vedrete come vi sentirete meglio”.
La musica
Infine, la chiusura Cerasa l’ha dedicata alla musica. Proponendo un brano eseguito al pianoforte da Ludovico Einaudi, ha detto: “La parola è importante ma la musica lo è di più”, citando quelle ricerche scientifiche che stanno dimostrando l’influenza positiva della musica sulla nostra mente e sul nostro stato emotivo, capace di trasmettere sensazioni profonde anche senza l’uso di parole.

Dopo il dibattito, con una serie di interventi da parte dei tanti presenti, ha chiuso l’incontro il direttore artistico del Festival d’Autunno, Antonietta Santacroce, la quale, dopo aver ricordato i successi di questa fortunata edizione della rassegna, ha aggiunto: “Ogni anno il Festival conferma il suo ruolo di stimolo culturale e di emozione per tutta la città. Siamo felici di aver condiviso con il pubblico momenti di riflessione e bellezza, e non vediamo l’ora di accogliervi alla 18ª edizione, quella della maggiore età”.
Così, con un invito alla partecipazione e alla continuità, ha dato appuntamento al prossimo anno, sottolineando l’importanza di eventi culturali come questo per la crescita della comunità e per il dialogo tra scienza, arte e parola.


















