A Riace il confronto pubblico sull’esperienza di accoglienza dei migranti diventa un appello politico e umano: il presidente Mario Oliverio e il sindaco Mimmo Lucano chiedono continuità per un modello riconosciuto a livello internazionale
Il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio è intervenuto ieri pomeriggio a Riace all’assemblea pubblica convocata dal sindaco Mimmo Lucano per un “rapporto alla città” sull’esperienza dell’accoglienza dei migranti, alla quale sono intervenute numerose persone provenienti da tutta la Calabria. Esperienza che ha avuto risonanza mondiale. Un programma di accoglienza degli immigrati divenuto progetto pilota nazionale e internazionale, che ha ricevuto elogi dai media internazionali e da big della cultura come Wim Wenders. Un’esperienza che ha attraversato i cuori delle persone nel mondo ma che ha assunto anche caratteri giudiziari con un’indagine ancora aperta per la gestione del sistema dell’accoglienza, anche se un’ultima ispezione ha restituito dignità al sindaco e a tutta la comunità riacese.
Un Lucano commosso, che nel 2016 è stato anche citato tra i 50 leader più importanti del mondo dalla rivista Fortune, ha preso la parola per esternare “il malessere che mi opprime”. “Anche se stasera – ha proseguito – sono felice perché ho accanto a me tantissima gente, uomini e donne, amministratori locali, professionisti e politici come il presidente Oliverio, compagno di questo percorso fatto di sofferenze. L’esperienza di Riace gli è entrata nell’anima, in quell’anima che non ha pregiudizi, gli è entrata nel suo orgoglio di militante della politica per la gente con la gente”.
Il sindaco del paese dei Bronzi di Riace ha poi raccontato: “ad ottobre 2007 il prefetto di Reggio Calabria voleva mandare via i rifugiati. L’ho ritenuto un gesto violento perché tra questi c’era anche un bambino di 7 giorni di vita che si chiama Gabriel. Ho investito del problema il presidente Oliverio che in pochissimo tempo, ‘dammi cinque minuti’, mi disse, è riuscito a bloccare tutto ed ora Gabriel ha festeggiato i 7 mesi di vita nel suo paese, Riace, con la sua famiglia. Posso dire allora che esiste un’altra dimensione della politica che si riscontra nella profondità dei rapporti umani e della dignità delle persone”.
Lucano ha proseguito rammentando la ragazza nigeriana di Riace, Becky, morta nel ghetto di San Ferdinando, “che nonostante tutto – ha messo in evidenza – ancora viene mantenuto aperto”, ripercorrendo le tappe dell’esperienza di accoglienza diffusa legata a una dimensione umana che accomuna tutti i popoli.
Nel 1998 il primo sbarco di migranti a Riace. Il sindaco è volontario nei soccorsi e nell’accoglienza. Nel 2001 nasce il primo vero progetto sull’accoglienza con il titolo “Rivitalizzare il borgo di Riace attraverso i rifugiati”. Attraverso un bando del Ministero dell’Interno, 15 rifugiati trovano casa nel paese dei Bronzi.
Nel 2004 Mimmo Lucano da volontario diventa sindaco di Riace, anche se tiene a precisare che “era e rimane un volontario a tutti gli effetti”.
Dal 2001 Riace diventa come Lampedusa, rotta per migliaia di migranti accolti dalla popolazione locale e supportati da politiche sociali. Il fenomeno dell’accoglienza è gestito dalla cooperativa “Città Futura”.
Attualmente vivono a Riace (borgo e marina) circa 500 rifugiati su 1.650 abitanti. L’integrazione vive nei 10 laboratori artigianali, nella fattoria didattica, nel frantoio oleario, nell’ambulatorio medico, nei corsi EDA (centro territoriale educazione permanente adulti) per il conseguimento del diploma di terza media, nel cimitero multietnico, nell’asilo nido multietnico e nelle scuole multietniche e nel doposcuola. Circa 150 immigrati non rientrano nei progetti.
“In questa semplice ma grande idea – ha continuato Lucano – sono impegnate 100 persone tra riacesi e migranti. Il borgo di Riace vive grazie a loro”. Poi lo sfogo finale: “stasera sarà l’ultima volta che devo disturbare. Quella nave nel 1998 ha fatto iniziare una storia fantastica coerente con quel valore politico che ci accomuna. Ora però ci troviamo nelle condizioni di prendere atto che non possiamo più andare avanti. Senza i progetti legati ai programmi ministeriali non siamo ancora economicamente autosufficienti. Da due anni non riceviamo risorse. Abbiamo cento bambini che hanno bisogno di tutto. In questi anni ho incontrato persone speciali che hanno un’idea pulita della dignità umana. Ora però abbiamo solo lo SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Siamo obbligati a chiudere. Mi dispiace. Riace rimarrà un paese fantasma”.
Nei numerosi interventi dell’assemblea multietnica, affollata da cittadini, amministratori, professionisti e intellettuali, si è parlato di sostegno al “sindaco eroe” e di un progetto che “apre le case ma soprattutto i cuori”.
Tra le testimonianze anche quelle di Mohamed, Philip e Kader: “io vengo qui a guardare Riace che è un paese bello”, “io voglio vivere a Riace, non voglio andarmene”.
“Ed è da qui che voglio partire – ha esordito il presidente Oliverio –. Dalle parole di questi bambini che esprimono il sentimento che si vive a Riace. Dalle parole di Kader abbiamo capito la portata di questa esperienza e le ragioni per difenderla. Riace non deve chiudere. Deve vivere. È un modello di integrazione e accoglienza rispetto a un fenomeno con cui bisognerà misurarsi anche in futuro. L’esperienza di Riace è un modello che ci permette di affrontare il problema dell’immigrazione, che non si risolve con il filo spinato ai confini. È imponente il flusso dei migranti e profonde le ragioni che li muovono. Riace è un modello di riferimento. Un modello che si tenta di soffocare attraverso la burocrazia. Ora si vuole mettere in discussione un’esperienza che dimostra che è possibile coesistere. Questa esperienza deve continuare a vivere. Chiedo a Mimmo una proroga del suo sacrificio. La Regione è con lui. Rivolgo un appello al Governo e al prefetto: le risposte devono essere rapide”.
Oliverio ha poi criticato il fatto che la Rai non abbia ancora trasmesso la fiction prodotta a Riace sul modello di accoglienza: “È vergognoso che non sia stata ancora trasmessa. Ci batteremo perché vada in onda per far conoscere al mondo l’esperienza di Riace”. Ha concluso annunciando una mobilitazione e un progetto regionale per rafforzare il modello, ribadendo: “Quello che bisogna chiudere è il ghetto di San Ferdinando. Questa è una battaglia che deve vederci tutti protagonisti”.


















