11 settembre 2001: quando New York entrò nelle nostre case

11 settembre 2001
11 settembre 2001

Venticinque anni dopo, il ricordo di una tragedia che arrivò anche nei paesi calabresi. Tra chi era a New York, chi aspettava una telefonata e chi, davanti alla televisione, vide cambiare il mondo.

Ci sono eventi che accadono lontano, ma che riescono a entrare nelle case di tutti. L’11 settembre 2001 fu uno di questi.

Alle 14:46, ora italiana, il primo aereo colpì la Torre Nord del World Trade Center. Diciassette minuti dopo, un secondo aereo si schiantò contro la Torre Sud. Le immagini di New York, trasmesse in diretta, arrivarono nelle televisioni, nei bar, negli uffici e nelle abitazioni di ogni angolo d’Italia.

Arrivarono anche in Calabria.

Per capire quanto quella giornata abbia attraversato la nostra regione, forse bisogna partire da chi si trovava proprio lì, a New York, e da chi, dall’altra parte dell’oceano, cercava di capire cosa stesse accadendo.

«Il mio 11 settembre lo porto con me sempre»

Martina Gasperotti, oggi igienista dentale di Reggio Emilia, il giorno degli attentati aveva 28 anni. Si trovava all’ingresso della Torre Nord del World Trade Center e stava per prendere l’ascensore verso i piani superiori quando il primo aereo colpì l’edificio.

È una delle persone sopravvissute a quella tragedia. A distanza di venticinque anni, racconta che l’11 settembre è ancora una giornata particolare, un ricordo che non scompare, anche se il tempo cambia le cose. «Il mio 11 settembre lo porto con me sempre», ha detto a LaPresse, in un’intervista ripresa da CorriereTv.

Nel suo racconto non c’è soltanto la paura di quei momenti, ma anche il modo in cui ha imparato a convivere con ciò che è accaduto. Gasperotti spiega di non essersi mai sentita in colpa per essere sopravvissuta e di aver cercato, negli anni, di andare avanti vivendo giorno per giorno, progettando e facendo cambiamenti.

Poi c’è il ricordo della solidarietà dei newyorkesi: l’acqua offerta ai passanti, le monetine per telefonare quando le linee non funzionavano, i teli bagnati per pulirsi. Piccoli gesti dentro una città sconvolta. «Sono stati un popolo meraviglioso», ha raccontato.

New York non è mai stata soltanto una città lontana

La Calabria conosce bene la distanza. La conosce attraverso le partenze, le valigie, le fotografie in bianco e nero, le lettere dall’America, le telefonate della domenica.

New York, per generazioni di calabresi, non è mai stata soltanto una città straniera. È stata una destinazione, una promessa, una seconda casa. È stata il luogo dove qualcuno ha cercato lavoro, costruito una famiglia, aperto un’attività, iniziato una nuova vita.

Per questo, quando le Torri Gemelle crollarono, la notizia non rimase confinata agli Stati Uniti. Entrò nelle famiglie che avevano un figlio a New York, un fratello nel New Jersey, un cugino nel Connecticut. Entrò nelle conversazioni di chi aveva appena telefonato a un parente e in quelle di chi, per ore, non riuscì a mettersi in contatto.

Una testimonianza pubblicata dal Corriere della Sera racconta proprio il modo in cui quella paura arrivò nella quotidianità calabrese. È quella di una donna di Crotone che, l’11 settembre, lavorava in un call center dove vendeva biglietti aerei. A un certo punto, raccontò, i telefoni smisero improvvisamente di squillare. Poco dopo arrivò la notizia dell’attentato.

Nei giorni successivi, le telefonate per acquistare biglietti aerei praticamente scomparvero. Il viaggio, fino a quel momento associato alla partenza e al ricongiungimento familiare, divenne anche sinonimo di controllo, attesa e paura.

Per una regione come la Calabria, dove l’emigrazione e gli spostamenti hanno sempre avuto un peso importante, quel cambiamento ebbe un significato particolare.

La memoria passa anche dai piccoli paesi

A venticinque anni di distanza, la memoria dell’11 settembre continua a essere alimentata anche dalle storie italiane. Negli Stati Uniti sono stati raccolti i nomi e le vicende di centinaia di vittime italiane o di origine italiana. Secondo quanto riportato dall’ANSA nel settembre 2026, il lavoro comprende 411 nomi, con fotografie, età, luoghi di residenza e informazioni biografiche quando disponibili.

È un lavoro che restituisce un volto e una storia a persone che rischiano di essere ricordate soltanto come numeri.

E proprio qui si apre una possibile ricerca anche per la Calabria: capire se tra quelle storie vi siano persone nate nella nostra regione, figli di emigrati calabresi, soccorritori, lavoratori o familiari che abbiano mantenuto un legame con i nostri paesi. Una ricerca da approfondire con attenzione, senza forzare collegamenti che non siano documentati.

Ma la memoria non vive soltanto negli archivi. Vive anche nei racconti di chi quel giorno era davanti a un televisore, di chi aspettava una telefonata dagli Stati Uniti, di chi lavorava in un ufficio e vide improvvisamente cambiare il ritmo della giornata.

Oggi, 11 settembre 2026, ricorrono venticinque anni dagli attentati. Le Torri Gemelle appartengono alla storia, ma il ricordo di quella giornata continua a vivere nelle persone che l’hanno attraversata.

Anche in Calabria, dove New York è stata per generazioni una destinazione, una casa lontana, un luogo di partenze e ricongiungimenti.

E dove, quel giorno, molti si fermarono davanti alla televisione a cercare di capire cosa stesse succedendo.