La condanna definitiva di Mario Roggero riapre una delle questioni più controverse degli ultimi anni: fino a che punto si può giudicare con il metro della freddezza chi ha appena vissuto il terrore di una rapina?
L’EDITORIALE – Non è mia abitudine schierarmi in maniera così netta su vicende giudiziarie tanto delicate e complesse. Ho sempre pensato che il rispetto per le sentenze e per il lavoro della magistratura rappresenti uno dei pilastri di uno Stato di diritto. Questa volta, però, sento il dovere di esprimere una posizione chiara.
La conferma definitiva da parte della Cassazione della condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che il 28 aprile 2021 uccise due dei rapinatori che avevano appena assaltato il suo negozio e ferì il terzo, è una decisione destinata a far discutere ancora a lungo il Paese.
I fatti giudiziari sono noti e sono stati accertati nei tre gradi di giudizio: secondo i magistrati, quando Roggero esplose i colpi, la rapina era ormai terminata, i malviventi stavano fuggendo e non vi era più un pericolo attuale per il commerciante o per altre persone. Per questo motivo è stata esclusa la legittima difesa.
Eppure, al di là delle ricostruzioni processuali, esiste una domanda che continua a interrogare l’opinione pubblica: si può davvero pretendere lucidità assoluta da chi, pochi istanti prima, è stato vittima di una rapina violenta?
Mario Roggero oggi ha 72 anni. È un uomo incensurato, un lavoratore, un padre, un nonno che si è trovato improvvisamente al centro di un incubo. In pochi secondi ha visto minacciati il proprio negozio, la sicurezza personale e il lavoro costruito in una vita intera.
La paura, il panico, la rabbia e lo shock non seguono i tempi dei codici e delle sentenze. Sono reazioni umane, istintive, spesso incontrollabili. È facile ragionare con freddezza cinque anni dopo, in un’aula di tribunale. Molto più difficile è immaginare cosa possa accadere nella mente di chi ha appena subito una violenza armata.
Chi può affermare con certezza come avrebbe reagito in quelle stesse condizioni?
Naturalmente nessuno mette in discussione il principio secondo cui la giustizia non può trasformarsi in vendetta privata. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se, in casi come questo, il trauma immediato e la condizione psicologica della vittima debbano avere un peso ancora maggiore nella valutazione della responsabilità e della pena.
Nel corso del processo alcune attenuanti erano state riconosciute, mentre altre sono state escluse o ridimensionate. I giudici hanno ritenuto che la reazione di Roggero non fosse giustificata dalla presenza di un pericolo attuale. Tuttavia resta aperto il dibattito sulla proporzione della pena inflitta a un uomo anziano, senza precedenti penali e reduce da un evento traumatico di straordinaria gravità.
C’è poi un’altra riflessione che molti cittadini si pongono: e se Roggero avesse sparato con l’intenzione di fermare i rapinatori e non di ucciderli? È una domanda che probabilmente non avrà mai una risposta certa, ma che contribuisce a rendere ancora più complessa una vicenda già di per sé dolorosa.
Quattordici anni e nove mesi rappresentano una pena estremamente severa per un uomo di 72 anni. È inevitabile domandarsi se il trattamento sanzionatorio avrebbe potuto tenere maggiormente conto della paura, dello stato emotivo e del contesto nel quale maturò quella tragica decisione.
C’è poi un altro elemento che continua a colpire l’opinione pubblica: oltre alla condanna penale, ai familiari delle vittime spetterà anche il risarcimento previsto dalla legge.
È proprio questo aspetto ad alimentare il senso di amarezza e di incomprensione di molti cittadini, che vedono in questa vicenda non soltanto una sentenza, ma il simbolo di un conflitto irrisolto tra il diritto e il sentimento diffuso di giustizia.
A malincuore, c’è poi un altro aspetto che mi spiace constatare: una vicenda tanto complessa e dolorosa è finita inevitabilmente per trasformarsi anche in una questione politica. Basta osservare il dibattito sui social per accorgersi che troppo spesso le opinioni non si formano sulla base dei fatti, delle circostanze o delle sfumature del caso, ma seguendo esclusivamente l’appartenenza politica o il colore ideologico di riferimento.
Da una parte e dall’altra si rischia così di perdere quell’obiettività necessaria per affrontare temi delicati come la legittima difesa, il rapporto tra giustizia e sicurezza e il confine tra diritto e reazione umana. Su questioni come questa servirebbe meno tifo e più capacità di comprendere la complessità dei fatti, senza trasformare ogni vicenda giudiziaria nell’ennesimo terreno di scontro politico.
Si può condividere o meno la decisione dei giudici. Si può ritenere corretta o sbagliata la condanna. Ma una domanda resta inevitabile: quanto può essere davvero lucido un uomo che, pochi istanti prima, ha guardato negli occhi chi lo stava rapinando nel suo negozio?
Ed è forse proprio questa domanda, più della sentenza stessa, a continuare a dividere l’Italia..

















