Quarantacinque anni fa una legge cancellava una delle norme più controverse della storia italiana. Per decenni una donna vittima di violenza sessuale poteva essere spinta a sposare il proprio aggressore per estinguere il reato. Una pagina buia che il Paese avrebbe impiegato anni a superare.
C’è stato un tempo, non così lontano, in cui in Italia una donna vittima di violenza sessuale poteva ritrovarsi davanti a una scelta che oggi appare inconcepibile: sposare il proprio aggressore. Non si trattava soltanto di una pressione esercitata dalla famiglia o dalla società. Esisteva una precisa disposizione del Codice penale, l’articolo 544, che prevedeva il cosiddetto “matrimonio riparatore”: il matrimonio tra l’autore della violenza e la vittima poteva estinguere il reato e le relative conseguenze penali.
Il termine stesso raccontava la mentalità dell’epoca. Quel matrimonio avrebbe dovuto “riparare” qualcosa, ma non certo la vita della donna che aveva subito la violenza. A essere considerato da salvaguardare era soprattutto l’onore della famiglia, in una società nella quale la reputazione femminile poteva pesare più della libertà e della dignità della persona.
La legge che cancellò una pagina buia
La svolta arrivò nel 1981. La legge 5 agosto 1981, n. 442, abrogò l’articolo 544 e cancellò contemporaneamente anche il cosiddetto delitto d’onore e altre disposizioni legate alla causa d’onore. Il provvedimento venne pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 10 agosto ed entrò in vigore il 25 agosto.
Il 5 settembre è dunque una data simbolica per ricordare quella svolta, più che la data tecnica dell’entrata in vigore della legge. Ma ciò che conta è il significato di quella riforma: lo Stato italiano smetteva di riconoscere al matrimonio con l’aggressore la possibilità di cancellare le conseguenze penali della violenza.
Era un cambiamento profondo, non soltanto giuridico. Per decenni il concetto di “onore” aveva avuto un peso enorme nelle vicende familiari e sociali. Una donna che subiva una violenza poteva essere considerata, paradossalmente, come la persona che aveva portato disonore alla propria famiglia. La legge del 1981 iniziava a spezzare definitivamente quel meccanismo.
Franca Viola e il coraggio di dire no
Per capire quanto fosse difficile arrivare a quel cambiamento bisogna tornare al 1965 e alla storia di Franca Viola. Ad Alcamo, in Sicilia, la ragazza, allora diciassettenne, venne rapita e violentata. Secondo la mentalità dell’epoca, il matrimonio riparatore avrebbe potuto rappresentare una soluzione per cancellare lo scandalo e restituire alla famiglia quella rispettabilità che la violenza aveva messo in discussione.
Franca Viola disse no. Rifiutò di sposare il suo aggressore e scelse di affrontare il processo. La sua decisione ebbe un’eco enorme in tutta Italia e trasformò la sua vicenda personale in un simbolo della ribellione a una cultura che tendeva a colpevolizzare la vittima e a considerare il matrimonio una possibile soluzione alla violenza.
Quel rifiuto contribuì a cambiare il modo in cui l’opinione pubblica guardava a queste vicende. La storia di Franca Viola mostrò che una donna poteva rifiutare il destino che altri avevano deciso per lei e rivendicare il diritto di scegliere della propria vita.
Dal matrimonio riparatore al riconoscimento della violenza
L’abolizione del matrimonio riparatore fu una svolta fondamentale, ma non rappresentò la conclusione del percorso. Per arrivare a una concezione della violenza sessuale pienamente centrata sulla persona sarebbe stato necessario attendere ancora quindici anni.
Nel 1996 la legge n. 66 inserì la violenza sessuale tra i delitti contro la persona, superando la precedente collocazione tra i reati contro la moralità pubblica e il buon costume. Era un passaggio culturale e giuridico di enorme importanza: la questione non era più l’offesa alla morale della società, ma la violazione della libertà e dell’integrità della persona.
Quarantacinque anni dopo, quella vecchia norma può sembrare appartenere a un’Italia lontanissima. In realtà è una pagina della nostra storia ancora relativamente vicina e che vale la pena ricordare proprio per comprendere quanto siano cambiati, in pochi decenni, il diritto e la società.
Il 5 settembre ci ricorda che nessun matrimonio può cancellare una violenza e che nessun concetto di onore può essere anteposto alla libertà di una persona. Prima ancora che cambiasse la legge, però, quel principio era stato affermato da una giovane donna siciliana.
Franca Viola aveva detto no.
E quel no, pronunciato negli anni Sessanta, avrebbe contribuito a cambiare l’Italia.

















