L’editoriale di Calabria Magnifica sul caso Maria Chindamo dopo la puntata di “Storie di Sera” su Rai 1
Nove anni. Nove lunghi anni senza un corpo, senza un luogo dove piangere, senza una verità piena.
La scomparsa di Maria Chindamo, imprenditrice agricola di Limbadi, è una ferita che continua a sanguinare nel cuore della Calabria. Una storia che ieri sera, su Rai1 nel programma Storie di Sera condotto da Eleonora Daniele, ha trovato un nuovo spazio di ascolto, grazie alla testimonianza — per la prima volta in uno studio televisivo — di Letizia Chindamo, la figlia minore di Maria. Accanto a lei, lo zio Vincenzo, fratello della donna e oggi figura cardine nella ricerca della verità.
In apertura della trasmissione, un lungo richiamo anche alla vicenda di Patrizia Scifo, la giovane siciliana scomparsa nel 1983: due storie diverse, due terre diverse, ma un unico denominatore comune — l’assenza, e la richiesta di verità che non si spezza. LEGGI ANCHE: Storie di Sera” riaccende i riflettori su due misteri, i casi Chindamo e Scifo
La mattina del 6 maggio 2016: l’inizio dell’incubo
È l’alba di un venerdì qualunque. La Jeep bianca di Maria percorre la Provinciale 31 — strada larga, trafficata, vissuta da pendolari e braccianti — per raggiungere l’azienda agricola che gestisce con determinazione dopo la morte del marito, Ferdinando Puntoriero, suicida l’8 maggio 2015.
Alle 7:24, la telefonata che cambia tutto. Un operaio avvisa lo zio Vincenzo: “È successo qualcosa di brutto”.
L’auto è davanti al cancello dell’azienda agricola, motore acceso, radio accesa, nessuna traccia di lei. Sulla portiera, sangue e capelli.
La telecamera che avrebbe dovuto riprendere ogni movimento, proprio quella mattina non funziona. La Calabria si ferma. E non ripartirà più allo stesso modo.
Letizia: «La verità l’ho scoperta da sola cercando su Google»
Il momento più toccante della puntata è la testimonianza di Letizia, che nel 2016 aveva appena dieci anni.
Un racconto essenziale, semplice, tremendo: «Quel giorno per me fu un giorno come gli altri. Non mi dissero nulla. Pian piano capii che mamma non c’era più… ma non tutta la verità.Finché un giorno, con il tablet che mi avevano regalato, cercai il nome di mamma su Google. E lì ho scoperto tutto da sola. È stato un trauma enorme».
Una bambina che cerca notizie della madre su internet. Una bambina che trova l’orrore. Letizia non chiede vendetta: vuole un luogo, un corpo, la verità.
Vincenzo Chindamo: da zio “simpatico” a padre improvvisato
Accanto a lei, lo zio Vincenzo, che ricorda cosa significhi trovarsi di colpo con tre ragazzi da crescere, in un vuoto affettivo e civico senza precedenti: «All’improvviso non ero più lo zio simpatico. Dovevo essere un padre. E tutto accadeva a un anno dal suicidio del loro papà.
Rileggendo gli atti, rabbrividisco per lo spaccato di società intorno a mia sorella: patriarcale, violenta, ‘ndranghetista».
La famiglia di Ferdinando non aveva accettato la scelta di Maria di separarsi. Un dettaglio che, insieme all’interesse per i terreni dell’imprenditrice, diventa un pilastro dell’inchiesta.
La telecamera che non funziona e il processo ad Ascone
Il programma ricostruisce la vicenda delle telecamere di sorveglianza del vicino di Maria, Salvatore Ascone, oggi imputato per concorso in omicidio nel processo in corso a Catanzaro. Secondo gli inquirenti, Ascone avrebbe disattivato l’impianto proprio nelle ore della scomparsa, consentendo agli esecutori di agire indisturbati.
Il presunto mandante, secondo l’accusa, sarebbe stato Vincenzino Puntoriero, il suocero di Maria, convinto che la donna fosse responsabile del suicidio del figlio. Puntoriero è morto e non potrà essere processato.
Il processo contro Ascone è iniziato solo nel 2024, otto anni dopo i fatti. La prossima udienza sarà il 18 dicembre, con la testimonianza di Vincenzo Chindamo.
Nella puntata viene ripercorsa anche la testimonianza del collaboratore di giustizia Antonio Cossidente, che nel 2019 riferisce di una confidenza ricevuta da Emanuele Mancuso: un racconto terribile, secondo cui il corpo di Maria sarebbe stato distrutto e fatto sparire per sempre. LEGGI ANCHE: Maria Chindamo triturata e data in pasto ai maiali
Una rivelazione che, pur nella sua crudezza, ha orientato le indagini verso il coinvolgimento delle cosche locali e verso il clima di dominio mafioso che circondava i terreni di Maria.
L’avvocato Gentile: «Maria Chidamo punita da un tribunale clandestino»
Nella trasmissione “Storie di Sera” su Rai 1 interviene anche l’avvocato Nicodemo Gentile, che da anni accompagna la famiglia: «Vogliamo capire il movente. Secondo la procura è duplice: vendetta per la vita sentimentale di Maria, e interesse per i suoi terreni.
Maria è stata punita perché voleva essere padrona della sua vita. È un processo con un solo imputato, ma è evidente che non può aver fatto tutto da solo».
La vicenda — dice l’avvocato — non è più solo della famiglia Chindamo, ma della comunità. Una comunità che, dopo anni di silenzio, ha iniziato a rialzare la testa.
Una figlia che aspetta ancora un corpo
Letizia, con una forza che colpisce chiunque la ascolti, porta la discussione fuori dai tecnicismi giudiziari e la riporta sul terreno dell’umano: «Non voglio vendetta. Voglio solo sapere dove si trova mia mamma». Nove anni senza una risposta sono troppi per una famiglia.
Sono troppi per una regione intera.
La storia di Maria Chindamo è diventata simbolo di una Calabria che vuole liberarsi da un destino scritto da altri. La Calabria oggi ha un compito semplice ma enorme: non dimenticare più. E sostenere chi, come Letizia, Vincenzo e la famiglia tutta, continua a chiedere solo verità e giustizia.
La prossima udienza è fissata per il 18 dicembre. Forse non sarà il giorno della verità definitiva, ma potrebbe essere — finalmente — un passo verso la luce.


















