Le Giare, quella notte che Soverato non ha mai dimenticato

Camping Le Giare, Soverato, 10 settembre
Camping Le Giare, Soverato, 10 settembre

Ventisei anni dopo la tragedia del camping, il ricordo delle tredici vittime dell’alluvione che nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2000 travolse il campeggio di Soverato

Ci sono tragedie che il tempo non riesce a portare via. Cambiano le persone, cambiano i luoghi, cambiano le stagioni, ma alcuni ricordi rimangono lì, ancorati a una data e a un nome. Per Soverato quel nome è Le Giare e quella data è il 10 settembre. Ventisei anni dopo, la memoria torna inevitabilmente a quella notte del 2000, quando il torrente Beltrame, gonfiato dalle piogge, uscì dal suo alveo e si trasformò in una furia che in pochi minuti travolse il camping e la vita di chi vi si trovava.

Era la notte tra il 9 e il 10 settembre. Nel campeggio soggiornavano circa cinquanta persone, tra loro disabili e volontari dell’Unitalsi di Catanzaro, arrivati a Soverato per trascorrere insieme alcuni giorni. La stagione estiva stava ormai volgendo al termine, ma quella sembrava una notte come tante. Poi la pioggia cominciò a cadere con sempre maggiore intensità e il Beltrame, un torrente che nei mesi estivi poteva apparire quasi innocuo, iniziò a raccogliere una quantità d’acqua enorme.

Nelle ore precedenti la piena la situazione era già diventata preoccupante. Secondo le ricostruzioni effettuate dopo il disastro, in un’ora caddero quantità eccezionali di pioggia e il torrente aumentò rapidamente la propria portata. Poco prima dell’alba arrivò l’ondata che avrebbe cambiato per sempre la storia di quel luogo. L’acqua entrò nel campeggio con una violenza impressionante, trascinando con sé fango, alberi, detriti e tutto ciò che incontrava lungo il percorso. Le persone vennero sorprese nel sonno e per molte di loro non ci fu il tempo di mettersi in salvo.

Per chi aveva difficoltà motorie la situazione era ancora più drammatica. In una notte buia, nel mezzo di una piena improvvisa, anche pochi secondi potevano fare la differenza. I volontari cercarono di aiutare le persone che erano con loro, mentre intorno il campeggio veniva letteralmente cancellato dalla forza dell’acqua.

Quando arrivò il giorno, il bilancio fu terribile: tredici persone avevano perso la vita. Le vittime furono Ida Fabiano, Serafina Fabiano, Mario Boccalone, Raffaele Gabriele, Paola Lanfranco, Iolanda Mancuso, Giuseppina Marsico, Franca Morelli, Rosario Russo, Antonio Sicilia, Salvatore Simone e Concetta Zinzi. A loro si aggiunse il custode del camping, Vinicio Caliò, il cui corpo non venne mai ritrovato.

Per le famiglie iniziò allora un dolore destinato a durare molto più a lungo di quella notte. Per Soverato cominciò invece una pagina della propria storia che ancora oggi, ogni 10 settembre, torna alla memoria. Le immagini del campeggio devastato fecero il giro dell’Italia e le testimonianze dei sopravvissuti raccontarono la paura e la disperazione vissute durante quelle ore.

Tra i ricordi rimasti impressi c’è anche quello di un fratello che, nel mezzo della tragedia, sentì la voce dell’altro chiedere aiuto. «Luca, Luca, aiutami», raccontò davanti alle telecamere Rai il sopravvissuto, ricordando quei momenti drammatici. Dopo essere stato trascinato dalla piena, si ritrovò in mare aperto, circondato dalle macerie, mentre cercava disperatamente notizie del fratello. «Dopo l’impatto mi sono ritrovato in mare aperto, lottando tra le macerie e tutto quello che mi arrivava addosso», raccontò, spiegando di non aver più avuto notizie del fratello, travolto dalle macerie.

Sono parole che, a distanza di tanti anni, restituiscono meglio di qualsiasi numero la dimensione umana di quella tragedia. Perché dietro le tredici vittime non ci sono soltanto tredici nomi in un bilancio, ma famiglie, affetti, progetti e vite che quella notte si sono improvvisamente interrotte.

Dopo il disastro arrivarono le indagini e, inevitabilmente, le domande. Si cercò di capire come fosse stato possibile che un campeggio si trovasse in un’area tanto esposta al rischio e se quella tragedia potesse essere evitata. La vicenda giudiziaria individuò precise responsabilità e arrivò fino alla Cassazione, con condanne per omicidio colposo a carico del proprietario del camping e di due funzionari pubblici.

Ma nessuna sentenza avrebbe potuto cambiare ciò che era accaduto. Restava, e resta, il dolore delle famiglie e il ricordo di una notte che Soverato non ha mai dimenticato.

Quel campeggio spazzato via dall’acqua, una ferita ancora aperta

Oggi, 10 settembre 2026, a ventisei anni da quella tragedia, Soverato torna a ricordare le vittime delle Giare. Le celebrazioni dell’anniversario riportano l’attenzione su una vicenda che appartiene ormai alla memoria collettiva della Calabria, ma che continua a porre interrogativi di grande attualità.

La tragedia del Beltrame mostrò in maniera drammatica quanto possa essere sottile il confine tra la normalità e l’emergenza quando si vive in un territorio esposto al rischio idrogeologico. Un torrente che per gran parte dell’anno sembra innocuo può trasformarsi rapidamente durante un nubifragio e proprio per questo la conoscenza del territorio, la pianificazione e la prevenzione diventano fondamentali.

Da allora molte cose sono cambiate nella gestione del rischio e nella cultura della Protezione civile. Le mappe del territorio, i sistemi di allertamento e i piani di emergenza hanno assunto un’importanza sempre maggiore. Anche il tema dell’accessibilità è stato progressivamente affrontato sotto una prospettiva più ampia: non significa soltanto consentire a una persona con disabilità di entrare e soggiornare in una struttura, ma significa anche garantirle la possibilità di essere messa in sicurezza ed evacuata rapidamente nel momento in cui si verifica un’emergenza.

È forse questa una delle lezioni più importanti lasciate dalla notte delle Giare. Quando si pianifica la sicurezza di un luogo bisogna pensare soprattutto a chi, in caso di pericolo, avrebbe maggiori difficoltà a mettersi autonomamente in salvo. E bisogna farlo prima che arrivi l’emergenza, prima che il torrente cresca, prima che la situazione diventi incontrollabile.

La memoria, però, non può essere soltanto una lezione tecnica. Oggi, soprattutto, è il momento di ricordare tredici persone. Sono passati ventisei anni, ma per i loro familiari quella distanza temporale non cancella il dolore. Le immagini di quella notte, le voci dei sopravvissuti e il ricordo di chi non è più tornato a casa continuano a fare parte della storia di Soverato.

Il Beltrame oggi continua il suo corso, come ha fatto per secoli. Il campeggio Le Giare non esiste più, ma quel nome è rimasto nella memoria della Calabria come il simbolo di una tragedia che ha lasciato una ferita profonda.

Ogni 10 settembre quella ferita torna a farsi sentire. E ricordare ciò che accadde non significa soltanto guardare al passato, ma interrogarsi sul presente. Significa chiedersi se abbiamo imparato davvero da quella notte e se oggi siamo più preparati ad affrontare quei fenomeni improvvisi che possono trasformare in pochi minuti un luogo tranquillo in uno scenario di devastazione.

Perché le tredici vittime delle Giare non siano soltanto un numero ricordato una volta all’anno, la loro storia deve continuare a essere raccontata. Con rispetto, senza retorica e senza dimenticare che, dietro quella notte di pioggia, c’erano persone che erano partite per vivere insieme qualche giorno di serenità e che invece non fecero più ritorno a casa.

È questa, a distanza di ventisei anni, la memoria che Soverato consegna alla Calabria: il ricordo di chi non c’è più e la responsabilità di fare tutto ciò che è possibile perché una tragedia simile non debba mai più ripetersi.

UN SERVIZIO VIDEO DI CALABRIA MAGNIFICA: Soverato: commemorate le vittime tragedia camping “Le Giare”