‘Ndrangheta: omicidi in calo del 50%. Gratteri: «Meno morti non significa meno pericolo»
La mappa della violenza mafiosa in Italia sta cambiando. Secondo i dati ricostruiti da Klaus Davi nel libro “I Killer della ’Ndrangheta” (Piemme), gli omicidi riconducibili a Mafia, ’Ndrangheta e Camorra sono diminuiti complessivamente del 40% nell’ultimo decennio. A sorprendere è soprattutto il dato relativo alla ’Ndrangheta, l’organizzazione criminale oggi ritenuta più potente: è proprio quella che uccide di meno, con un crollo stimato attorno al 50%.
Seguono Cosa Nostra, che registra un calo del 35%, mentre la Camorra resta l’organizzazione con il più alto numero di omicidi, mostrando una riduzione più contenuta, intorno al 29%.
Un apparente segnale positivo che, però, non va interpretato come un indebolimento delle organizzazioni criminali. A chiarirlo è il magistrato Nicola Gratteri, intervistato da Klaus Davi.
«Le ragioni per cui si uccide di meno sono tante – spiega Gratteri – ma penso che siano legate sia al contrasto sempre più efficace delle forze dell’ordine, sia a una nuova strategia mafiosa che evita azioni clamorose e preferisce muoversi sottotraccia. In Europa, quando le mafie non sparano, spesso non destano allarme sociale e quindi non vengono percepite come un pericolo. Le organizzazioni criminali lo hanno capito e stanno adottando una vera e propria strategia dell’immersione».
Secondo il magistrato, la ’Ndrangheta resta un’organizzazione capace di rinnovarsi senza rinunciare ai propri codici: «È una realtà che, pur mantenendo immutati alcuni principi cardine, sa adattarsi in modo molto plastico ai nuovi contesti», afferma.
Il calo degli omicidi, dunque, non riflette un arretramento della criminalità organizzata, ma una trasformazione profonda del modo in cui le mafie operano. Meno sangue non significa meno pericolo: significa, piuttosto, mafie più silenziose, più sofisticate e più difficili da intercettare.



















