Operazione “Iris”: colpo al cuore della cosca Alvaro e alle sue ramificazioni negli appalti pubblici
Un’operazione che affonda le radici in oltre un decennio di indagini e che oggi svela uno spaccato nitido del potere criminale esercitato da una delle famiglie più influenti della ’ndrangheta. Nelle prime ore della mattinata, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno dato esecuzione a un fermo di indiziato di delitto nei confronti di 18 soggetti, accusati – a vario titolo – di associazione mafiosa, estorsione, truffa aggravata e trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante del metodo e delle finalità mafiose.
Un’operazione imponente, battezzata “Iris”, scaturita da un provvedimento emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia guidata dal Procuratore Giovanni Bombardieri.
Un’indagine lunga 11 anni: dentro la ragnatela degli Alvaro
Avviata nell’estate del 2013 e condotta dal Nucleo Investigativo di Reggio Calabria sotto il coordinamento del Procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci e del Sostituto Procuratore Giulia Pantano, l’indagine ha permesso di delineare gli assetti interni e gli affari criminali della cosca “Alvaro”, storicamente radicata tra Oppido Mamertina, Sinopoli, Delianuova e Cosoleto.
La svolta investigativa è arrivata grazie al monitoraggio di un casolare di contrada Scifà a Sinopoli, un luogo apparentemente anonimo lungo la SS 183, che nelle conversazioni degli indagati diventa semplicemente “la casetta”: in realtà, un vero e proprio quartier generale dove, dietro il paravento di “mangiate”, si riunivano esponenti di tutti i mandamenti della ’ndrangheta reggina.
È qui che gli inquirenti hanno ricostruito l’organigramma della famiglia, confermando il ruolo di Carmine Alvaro, classe 1968, detto “u pulice”, considerato il capo indiscusso del clan, già colpito dall’operazione “Provvidenza” del 2017. A lui fanno riferimento i cugini Antonio, Raffaele e Carmine (detto “u bruzzise”) Alvaro, coordinatori delle attività criminali e cerniera di collegamento con altre cosche.
Attorno al nucleo dirigente gravitava una fitta rete di affiliati storici, tra cui Giuseppe Alvaro (“u rugnusu”), Giuseppe Alvaro (“u trappitaru”), Carmine Alvaro (“u limbici”), Carmelo Alvaro (“Carmine Bin Laden”), insieme ad altri soggetti già noti alle forze dell’ordine.
Le alleanze con i “grandi casati” della ’ndrangheta
La potenza criminale degli Alvaro è attestata anche dalle frequentazioni della “casetta”: investigatori e microspie hanno documentato l’arrivo di esponenti delle più note famiglie mafiose della provincia, dai Pelle-Gambazza di San Luca ai Mollica di Africo, dai Rugolino di Catona agli Ietto di Natile, dai Condello-Imerti di Varapodio e Ortì ai Morabito-De Stefano di Archi, fino ai Guadagnino, Papalia, Mazzagatti e Larosa.
Tra questi, tre figure di rilievo – Domenico Rugolino, Giuseppe Foti e Sebastiano Callea – sono finite nel provvedimento odierno. Le accuse? La partecipazione alle strategie comuni della ’ndrangheta, la spartizione degli affari illeciti e il controllo del territorio attraverso il raccordo con il clan Alvaro.
Appalti e “pizzo”: la mano della ’ndrangheta sulle opere pubbliche
Uno dei capitoli più rilevanti dell’inchiesta riguarda il settore degli appalti. L’indagine ha documentato come la cosca imponesse il pagamento del “pizzo” per lavori pubblici nella zona di Villa San Giovanni, in particolare per l’intervento di difesa costiera tra Cannitello e Santa Trada, un’opera da 1,7 milioni di euro.
Il denaro veniva raccolto da Domenico Calabrese, già coinvolto in “Sansone” e ritenuto vicino agli Alvaro: egli, esecutore delle disposizioni impartite da Raffaele Alvaro, consegnava parte dei proventi alle famiglie mafiose di Sinopoli e Archi, secondo un sistema perfettamente collaudato e interterritoriale.
Il caso emblematico dell’elettrodotto Sorgente-Rizziconi
L’episodio che meglio testimonia l’infiltrazione negli appalti strategici riguarda però il maxi-progetto dell’elettrodotto Sorgente-Rizziconi, opera di rilevanza nazionale destinata a migliorare la sicurezza energetica tra Sicilia e continente.
Qui – secondo gli inquirenti – la cosca Alvaro riuscì a imporre imprese di riferimento nei settori più remunerativi: movimento terra, trasporti, forniture, noleggi.
Un vero “accordo” occulto tra la Roda Spa, aggiudicataria dei contratti Terna, e una serie di ditte di Sinopoli, Sant’Eufemia e San Procopio riconducibili agli Alvaro.
Gli emissari del clan erano gli imprenditori Saverio Napoli e Rocco Rugnetta, quest’ultimo attivo non solo come intermediario economico, ma anche come garante della “sicurezza ambientale”, cioè responsabile di evitare danneggiamenti o intimidazioni alle ditte impegnate nei lavori. In più, Rugnetta avrebbe persino interferito con gli uffici comunali di Sinopoli, arrivando – secondo l’accusa – a far distruggere verbali amministrativi scomodi per l’appaltatore.
La totale assenza di atti intimidatori nel corso dei lavori – in un territorio ad alta densità mafiosa – è considerata dagli investigatori una prova del pieno controllo esercitato dal clan.
La politica sotto influenza: il caso Delianuova
Un altro filone dell’indagine riguarda le interferenze nella Pubblica Amministrazione. L’episodio più eclatante coinvolge Francesco Rossi, all’epoca vicesindaco e assessore ai lavori pubblici di Delianuova, oggi sindaco e consigliere metropolitano.
Secondo gli investigatori, Rossi partecipò a una riunione a contrada Scifà nell’ottobre 2013, discutendo con i vertici della cosca questioni delicate come appalti, pianificazione urbanistica e tensioni interne al Comune.
In quell’occasione avrebbe chiesto l’aiuto degli Alvaro per “calmierare” alcuni oppositori politici che contestavano decisioni dell’amministrazione.
Un episodio che, per gli inquirenti, conferma come Rossi avesse assunto il ruolo di referente politico del clan, sostenuto dalla ’ndrangheta per orientare le scelte del Comune.
Sequestri e misura patrimoniale
Parallelamente agli arresti, i Carabinieri hanno eseguito un sequestro preventivo di beni riconducibili agli indagati, tra cui: R. Appalti e Costruzioni S.r.l. Costruzioni Flores Eufemia S.r.l. e il casolare di contrada Scifà, storico luogo di ritrovo del clan.
L’operazione “Iris” appare oggi come uno dei colpi più significativi inferti alla cosca Alvaro negli ultimi anni: un’indagine che non solo ricostruisce la mappa dei rapporti interni ed esterni della famiglia mafiosa, ma mostra la capacità della ’ndrangheta di governare interi settori economici, infiltrarsi nelle istituzioni e imporre il proprio dominio silenzioso attraverso relazioni, intimidazioni e complicità.
Un mosaico criminale che, pezzo dopo pezzo, la magistratura ha scelto di portare alla luce.
OPERAZIONE IRIS: ecco i nomi degli arrestati
I destinatari della misura riguardante l’operazione Iris sono:
- ALVARO Raffaele, cl. 65, “Pagghiazza”;
- ALVARO Carmine, cl. 59 “u bruzzise”;
- ALVARO Giuseppe, cl. 43 “u trappitaru”;
- ALVARO Carmine, cl. 71 “u limbici”;
- ALVARO Domenico, cl. 77;
- ALVARO Carmelo, cl. 60 “Carmine Bin Laden”;
- ALVARO Paolo, cl. 88;
- LA CAPRIA Giuseppe, cl. 71;
- ROSSI Francesco, cl. 57;
- RUGNETTA Rocco, cl. 83;
- BONFORTE Antonino, cl.57, “u topu”;
- NAPOLI Saverio, cl. 68;
- CALABRO’ Rocco, cl. 68;
- SERGIO Francesco Paolo, cl. 89;
- RUGOLINO Domenico, cl. 66;
- FOTI Giuseppe, cl. 55;
- CALLEA Sebastiano, cl. 57;
- ALVARO Giuseppe, cl. 32, “u rugnusu” (arresti domiciliari)


































