26 dicembre 1991: la fine di un’epoca, il crollo dell’Unione Sovietica

Ex Repubbliche sovietiche
Ex Repubbliche sovietiche in ordine alfabetico: 1. RSS Armena 2. RSS Azera 3. RSS Bielorussa 4. RSS Estone 5. RSS Georgiana 6. RSS Kazaka 7. RSS Kirghiza 8. RSS Lettone 9. RSS Lituana 10. RSS Moldava 11. RSFS Russa 12. RSS Tagika 13. RSS Turkmena 14. RSS Ucraina 15. RSS Uzbeka

Quando crollò l’URSS: il 26 dicembre che cambiò la storia

Oggi, 26 dicembre, noi di Calabria Magnifica vogliamo ricordare una data che ha segnato in modo indelebile la storia del Novecento. Il 26 dicembre 1991 il Soviet delle Repubbliche dichiarò formalmente sciolta l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ponendo fine all’URSS dopo oltre settant’anni di esistenza.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica fu un processo lungo e complesso, che coinvolse il sistema politico, economico e sociale del Paese. Avviato simbolicamente nel gennaio 1990 e conclusosi il 31 dicembre 1991, questo percorso portò alla scomparsa dello Stato sovietico, all’indipendenza delle repubbliche federate e al ripristino della sovranità delle Repubbliche baltiche, dando vita ai cosiddetti Stati post-sovietici.

Le quindici ex Repubbliche sovietiche

Alla fine del 1991 l’URSS lasciò il posto a quindici Stati indipendenti:
Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan.

Gorbačëv, glasnost’ e perestrojka

Il punto di svolta arrivò nel 1985, con l’elezione di Michail Gorbačëv a segretario generale del Partito Comunista. La sua azione riformatrice si basò su due parole chiave: perestrojka (ristrutturazione economica) e glasnost’ (trasparenza).
Queste politiche contribuirono alla fine della Guerra Fredda e all’uscita dell’URSS dall’isolamento internazionale, ma allo stesso tempo portarono alla luce gravi fragilità economiche e politiche che fino ad allora erano rimaste nascoste.

La riduzione della repressione interna, unita alla crisi economica, favorì l’emergere di tensioni etniche e spinte indipendentiste in molte regioni dell’immenso territorio sovietico.

Il risveglio dei Paesi baltici

Tra i primi a muoversi furono i Paesi baltici. Incorporati forzatamente nell’URSS nel 1940, Estonia, Lettonia e Lituania avviarono un deciso percorso verso l’indipendenza.
L’11 marzo 1990 la Lituania fu la prima repubblica sovietica a dichiarare il ripristino della propria sovranità, seguita poco dopo da Estonia e Lettonia. A Riga, il Monumento alla Libertà divenne il simbolo delle manifestazioni popolari contro il dominio sovietico.

Caucaso e riforme politiche

Negli stessi anni esplosero anche le tensioni nel Caucaso, in particolare nel Nagorno-Karabakh, mentre Gorbačëv tentava di riformare lo Stato separando il Partito dalle istituzioni.
Nel 1989 si tennero le prime elezioni libere nella storia dell’URSS: i movimenti riformatori e nazionalisti ottennero importanti successi, sottraendo potere al Partito Comunista in diverse repubbliche.

Referendum, El’cin e la crisi finale

Nel marzo 1991, un referendum mostrò come la maggioranza dei cittadini fosse favorevole al mantenimento di un’Unione Sovietica riformata, ma molte repubbliche – tra cui i Baltici e la Georgia – boicottarono il voto.
Pochi mesi dopo, nel giugno 1991, Boris El’cin venne eletto presidente della Repubblica Russa, segnando un ulteriore indebolimento del potere centrale.

Il colpo di Stato e la dissoluzione definitiva

Il momento decisivo arrivò nell’agosto 1991, con il fallito colpo di Stato dei settori più conservatori del regime. I carri armati a Mosca e la resistenza popolare, guidata anche da El’cin, segnarono la fine definitiva dell’autorità sovietica.
Da quel momento, l’URSS non fu più in grado di governare: il 26 dicembre 1991, con l’atto formale del Soviet delle Repubbliche, l’Unione Sovietica cessò ufficialmente di esistere.

Una data che chiude un capitolo cruciale della storia mondiale e che ancora oggi continua a influenzare gli equilibri politici, economici e geopolitici del nostro tempo.