Un incontro immaginario con Chiara Poggi per riflettere, a diciannove anni dal delitto, sulla verità, sul rumore mediatico e sul modo in cui ricordiamo una vittima.
L’EDITORIALE – Di Chiara Poggi si continua a parlare. Da diciannove anni il suo nome torna nelle prime pagine, nei programmi televisivi, sui social, nei podcast e nelle discussioni quotidiane. E oggi, con la nuova fase investigativa sul delitto di Garlasco, l’attenzione mediatica è tornata ai massimi livelli.
Ma c’è una domanda che forse abbiamo fatto troppo poco: che cosa succederebbe se, per una volta, lasciassimo parlare Chiara?
Non possiamo farlo. Chiara Poggi non può parlare.
Non può raccontare quella mattina del 13 agosto 2007. Non può spiegare cosa accadde nella sua casa. Non può confermare o smentire una ricostruzione. Non può commentare le sentenze, le nuove indagini, le testimonianze e le polemiche.
E proprio per questo questa non può essere una vera intervista.
Quella che segue è una intervista impossibile, un esercizio narrativo e di riflessione. Le risposte sono immaginate e non vengono attribuite alla vera Chiara Poggi. Nessuna delle parole che leggerete è stata pronunciata da lei.
Non possiamo sapere cosa avrebbe risposto. Possiamo però provare a formulare le domande che oggi, a distanza di diciannove anni, forse vorremmo poterle rivolgere.
E immaginare, soltanto per un momento, che Chiara possa rispondere.
«Chiara, oggi tutti parlano ancora di te. Che effetto ti farebbe?»
«Forse mi chiederei se, in mezzo a tutto questo parlare, qualcuno si ricorda ancora semplicemente di me.
Non del caso. Non delle fotografie. Non delle ricostruzioni. Non delle ipotesi. Di Chiara.
Una ragazza di 26 anni. Una figlia. Una sorella. Una persona con le proprie abitudini, i propri progetti, le proprie giornate normali.
Perché prima di essere diventata un nome della cronaca, ero una persona.»
«Il tuo nome oggi è associato quasi esclusivamente alla parola Garlasco. Ti dispiacerebbe?»
«Forse sì. Perché una persona non dovrebbe essere ricordata soltanto per il modo in cui è morta. La morte è stata l’ultimo momento della mia vita. Non è stata tutta la mia vita. Vorrei che qualcuno raccontasse anche ciò che c’era prima. Le cose semplici. Le giornate normali. Gli affetti. Le persone che amavo. Vorrei essere ricordata per essere stata Chiara, non soltanto per essere stata la vittima di Garlasco.»
«Oggi ci sono nuove indagini e nuove ipotesi. Cosa diresti a chi pensa di avere già trovato la verità?»
«Direi di fare attenzione. La verità non è ciò che sembra più convincente. Non è ciò che viene ripetuto più volte. Non è ciò che raccoglie più commenti sui social. La verità dovrebbe essere quella che emerge dalle prove, dagli accertamenti e dal lavoro della giustizia. E se non si conosce qualcosa, forse bisogna avere il coraggio di dire: “Non lo so”.»
«Cosa diresti a chi, sui social, indica una persona come colpevole?»
«Direi di ricordarsi che dall’altra parte dello schermo ci sono persone vere. Una parola scritta velocemente può sembrare soltanto una parola. Ma può diventare un’accusa, un sospetto, una condanna agli occhi di chi legge. Non vorrei che la ricerca della verità diventasse una gara a chi trova per primo un colpevole.»
«Il caso Garlasco è diventato anche un enorme fenomeno mediatico. È giusto parlarne così tanto?»
«Parlare di un caso importante non è necessariamente sbagliato. La domanda è come se ne parla. Se raccontare serve a comprendere, a ricordare, a spiegare il lavoro della giustizia, allora può avere un senso. Se invece la sofferenza diventa soltanto spettacolo, forse bisognerebbe fermarsi un momento.»
«E cosa diresti ai giornalisti?»
«Di non dimenticare mai che dietro una notizia esiste una persona. Di verificare prima di pubblicare. Di distinguere sempre una prova da un’ipotesi, una testimonianza da una ricostruzione, un fatto da un’opinione. E soprattutto di ricordare che una famiglia continuerà a vivere con ciò che viene scritto.»
«Vorresti che si parlasse meno di te?»
«Non necessariamente. Vorrei che si parlasse di me nel modo giusto. Vorrei che la mia storia non fosse dimenticata. Ma vorrei che fosse raccontata con rispetto. Perché ricordare una vittima non significa necessariamente parlare più forte. A volte significa parlare meglio.»
«Se potessi parlare, cosa diresti all’Italia?»
«Forse direi una cosa molto semplice. Non abbiate fretta. Non abbiate fretta di giudicare. Non abbiate fretta di condannare qualcuno nei vostri pensieri prima ancora che siano le prove a parlare.
E non abbiate fretta di dimenticare che dietro questa storia c’è una ragazza che aveva ancora tutta la vita davanti. Io non posso più raccontarvela. Ma voi potete scegliere come raccontare la mia.»
«Se avessi davanti al tuo assassino, sapendo che quella sarebbe l’ultima volta che puoi parlare, cosa gli diresti?»
«Prima di tutto gli chiederei di guardarmi negli occhi.
Non di guardare una vittima, non il nome di una persona finito sui giornali, ma una persona. Una ragazza che aveva una famiglia, degli affetti, dei progetti, delle giornate normali e ancora tanta vita davanti.
Gli chiederei di guardarmi e di pensare, anche solo per un momento, a tutto ciò che sta per spezzare. Non soltanto la mia vita, ma quella delle persone che mi amano. Perché quando una persona muore, non finisce soltanto la sua storia. Rimangono madri, padri, fratelli, amici costretti a vivere con un’assenza che non potranno più colmare.
Non so se riuscirei a chiedergli perché. Forse, davanti a qualcosa di così terribile, non esiste una risposta capace di spiegare davvero quello che è successo.
Gli direi però una cosa: un giorno, quando tutto il rumore sarà finito, quando non ci saranno più telecamere, giornali o persone a parlare, rimarrai solo con quello che hai fatto. E dovrai convivere con il fatto che hai tolto a un’altra persona la possibilità di vedere tutto ciò che sarebbe potuto diventare il suo futuro.
Io quel futuro non lo avrò più.
Tu, invece, avrai ancora il tempo di chiederti chi sei diventato nel momento in cui hai deciso di togliermelo.
E forse questa è la domanda alla quale, per tutta la vita, dovrai cercare una risposta.»
L’ultima domanda
Alla fine, forse, non c’è una vera risposta da aspettarsi da Chiara. C’è una domanda da lasciare a noi.
Quando torneremo a parlare di Garlasco, parleremo ancora soltanto del mistero oppure riusciremo a ricordarci della persona che quel mistero ha fatto scomparire dalla nostra quotidianità?
Chiara Poggi non può più parlare. Ed è proprio per questo che dovremmo scegliere con ancora maggiore attenzione le parole che usiamo quando parliamo di lei. Una vittima non può correggere ciò che viene detto sul suo conto. Può soltanto essere ricordata.
La vicinanza di Calabria Magnifica
In questo momento, mentre il caso torna ancora una volta al centro dell’attenzione, Calabria Magnifica vuole esprimere la propria vicinanza alla famiglia, con rispetto e senza aggiungere altro rumore a una vicenda che da troppo tempo occupa le cronache italiane.















