La sentenza del gup di Catanzaro chiude il processo “Athena 2”: pene pesanti per i fiancheggiatori dell’ex latitante Leonardo Abbruzzese legato alla ‘ndrangheta, ricostruita la rete di appoggi che ne ha favorito la fuga e la permanenza fuori dalla Calabria
La sentenza pronunciata questa mattina dal Tribunale di Catanzaro ha inflitto condanne significative ai soggetti ritenuti responsabili di aver favorito la fuga e la protezione di Leonardo “Nino” Abbruzzese, esponente di rilievo della criminalità organizzata calabrese. Il procedimento nasce dall’inchiesta “Athena 2”, celebrata con rito abbreviato e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia.
Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, il gruppo di imputati avrebbe garantito al latitante una rete stabile di sostegno, occupandosi dei suoi spostamenti, dei contatti con i familiari e dell’organizzazione degli incontri riservati con moglie e figli. Un sistema collaudato che avrebbe consentito ad Abbruzzese di lasciare la Calabria e rifugiarsi a Bari, dove è stato poi individuato e arrestato.
Un ruolo centrale nella ricostruzione investigativa lo hanno avuto le immagini delle telecamere installate presso l’abitazione in cui il boss venne rintracciato. I filmati, sequestrati al momento dell’arresto, hanno permesso agli inquirenti di ricostruire con precisione la sequenza degli eventi, dall’arrivo del latitante nel capoluogo pugliese fino ai giorni immediatamente precedenti la cattura.
La latitanza di Leonardo Abbruzzese, classe 1985, era iniziata dopo la sua sottrazione all’esecuzione della misura cautelare disposta nell’ambito della prima operazione Athena, nel giugno 2023. L’uomo è ritenuto vicino alla cosca Abbruzzese di Lauropoli, con un ruolo considerato di primo piano all’interno dell’organizzazione ‘ndranghetista attiva nella Sibaritide.
Con la sentenza odierna, il giudice ha riconosciuto la responsabilità penale di tutti gli imputati coinvolti, infliggendo pene detentive rilevanti, a conferma della gravità delle condotte contestate e dell’importanza attribuita al contrasto delle reti di fiancheggiamento della criminalità organizzata. Un verdetto che rappresenta un nuovo colpo alla struttura di supporto dei clan e rafforza l’azione dello Stato contro la ‘ndrangheta nel territorio calabrese.


















