Tra ulivi, filari e muretti a secco della Calabria, dove lui coltivava la terra, io ho costruito la mia casa: un legame di gesti, stagioni e continuità che sopravvive alla sua assenza.
L’EDITORIALE – In Calabria, la campagna non è solo paesaggio: è memoria, fatica, gesti che resistono al tempo. Mio padre lo sapeva bene. Era un tuttofare: aggiustava tutto ciò che incontrava, dalle porte di casa agli attrezzi che sembravano ostinarsi a non funzionare, e coltivava la terra con una pazienza infinita.
Quando io ho iniziato a costruire la mia casa sul suo terreno, lui era ancora vivo. Per qualche mese ha vissuto sopra di me: due case, un solo pezzo di terra, due modi di abitare la stessa geografia. Poi se n’è andato, nel gennaio del 2016. Oggi, 15 gennaio, ritorna in modo inevitabile il ricordo di quel giorno, ma anche la presenza silenziosa dei suoi gesti, dei muretti e della campagna che aveva reso viva.
La campagna e le tracce dei gesti
La sua vita dopo la pensione era scandita da stagioni e coltivazioni, da piccoli miracoli quotidiani: piantare, potare, irrigare, raccogliere. Con i nipoti si trasformava in una guida paziente, divertita, capace di trasmettere la passione per il lavoro manuale e per la terra. Non erano solo lezioni pratiche: erano il modo in cui un uomo lascia tracce invisibili della propria esistenza.
Vivere oggi qui, nella sua campagna, è un’esperienza di continuità: la mia casa sorge dove lui aveva piantato alberi e sistemato filari, dove ogni angolo racconta le sue mani. Non ho ereditato solo un terreno: ho ereditato la geografia dei suoi gesti, il ritmo dei giorni scandito dal lavoro della terra, il silenzio carico di cura che lui sapeva custodire.
Dieci anni dopo, questo pezzo di Calabria mi parla ancora di lui. Ogni finestra aperta, ogni passo tra gli ulivi, è un dialogo muto con la sua presenza, un modo per sentire che non se n’è davvero andato.
Una continuità che resta
In Calabria, i padri lasciano tracce nei luoghi che amano, più che negli oggetti che possiedono. E così, continuando a vivere qui, tra la campagna e la mia casa, perpetuo un legame che non conosce assenze. Perché vivere nella terra che ha coltivato mio padre è il modo più autentico di ricordarlo, di continuare a crescere sulle radici che lui ha piantato.
Questa storia trova un’eco nella celebre canzone “Father and Son” di Cat Stevens, che racconta con delicatezza il dialogo tra padre e figlio e il passaggio di generazioni. Il brano accompagna idealmente il ricordo della mia vita nella campagna che ha coltivato mio padre.


















