Il gioielliere Mario Roggero dovrà scontare 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori. A Reggio Calabria il macellaio Francesco Putortì è stato condannato in primo grado a 15 anni e 6 mesi dopo aver ucciso un ladro entrato in casa. Altri commercianti che hanno reagito a furti e rapine sono stati invece assolti. A fare la differenza sono spesso pochi secondi: quelli che separano la difesa dalla reazione quando il pericolo è ormai cessato.
Editoriale a cura della redazione di Calabria Magnifica
C’è un momento, durante una rapina, nel quale chi impugna un’arma può essere una vittima che sta difendendo la propria vita e ce n’è un altro, magari distante soltanto pochi secondi, nel quale quella stessa persona può diventare davanti alla legge l’autore di un omicidio.
È il nodo del dibattito riaperto dalla condanna definitiva di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo. La Cassazione ha reso definitiva la pena a 14 anni e 9 mesi di reclusione.
Roggero: dalla rapina al carcere
Il 28 aprile 2021 tre uomini entrano nella gioielleria di Roggero, in provincia di Cuneo. Dopo la rapina escono dal negozio, il gioielliere li segue e spara: due muoiono e il terzo rimane ferito.
Per i giudici è questa successione degli eventi a escludere la legittima difesa: quando Roggero apre il fuoco il pericolo non è più attuale, perché gli aggressori stanno fuggendo.
A rendere il caso ancora più controverso ci sono le conseguenze economiche. Nel procedimento sono state riconosciute provvisionali complessive per 780 mila euro alle parti civili. Nasce così quello che per una parte dell’opinione pubblica appare come un paradosso: un commerciante subisce una rapina, reagisce, finisce in carcere e deve risarcire i familiari di chi aveva partecipato all’assalto.
Giuridicamente, però, i due fatti restano distinti: essere vittima di una rapina non rende lecita qualsiasi condotta successiva.
In Calabria il caso Putortì: 15 anni e 6 mesi
La Calabria ha una vicenda recente con diversi punti di contatto. Il protagonista è Francesco Putortì, macellaio di Reggio Calabria.
Il 28 maggio 2024 sorprende due uomini entrati nella propria abitazione, in contrada Rosario Valanidi. Putortì utilizza un coltello: Alfio Stancampiano muore, mentre Giovanni Bruno rimane ferito.
Putortì sostiene di aver reagito durante una colluttazione. Secondo la ricostruzione accusatoria accolta nel giudizio di primo grado, invece, i due sarebbero stati colpiti alle spalle mentre fuggivano. Nell’aprile 2026 la Corte d’Assise di Reggio Calabria lo ha condannato in primo grado a 15 anni e 6 mesi per omicidio e tentato omicidio, escludendo la legittima difesa.
La sentenza non è definitiva, ma il parallelismo con Roggero è evidente: in entrambi i casi diventa decisivo stabilire se il pericolo esistesse ancora nel momento della reazione.
Ma altri commercianti sono stati assolti
Ed è qui che la questione si complica.
Nel 2017 alcuni ladri entrarono nell’osteria di Mario Cattaneo, nel Lodigiano, mentre nell’edificio si trovavano anche i familiari e due nipotini. L’oste prese un fucile e un intruso venne colpito mortalmente da dietro. Cattaneo fu processato, ma venne assolto, decisione confermata in Appello nel 2024. I giudici considerarono determinanti il contesto e il grave turbamento nel quale aveva agito.
Ancora più particolare il caso di Franco Birolo, tabaccaio padovano che nel 2012 uccise un ladro entrato nella sua attività. In primo grado fu condannato a 2 anni e 8 mesi e a oltre 300 mila euro di risarcimento. Nel 2017 la Corte d’Appello ribaltò però la sentenza e lo assolse.
Proprio Birolo è intervenuto in questi giorni sul caso Roggero, criticandone la condanna. La sua vicenda dimostra quanto la ricostruzione di pochi istanti possa cambiare radicalmente l’esito di un processo.
I precedenti sono numerosi. Nel 2015 Graziano Stacchio, benzinaio vicentino, uccise un rapinatore intervenendo mentre era in corso un assalto armato a una gioielleria: il procedimento fu archiviato per legittima difesa. Nel 2018 Fredy Pacini, titolare di un’officina e già vittima di numerosi furti, uccise un intruso mentre alcuni uomini stavano entrando violentemente nella sua attività: anche il suo caso venne archiviato.
Prima ancora erano diventate emblematiche le vicende del tabaccaio Giovanni Petrali, protagonista nel 2003 di un lungo caso giudiziario dopo una rapina, e del rigattiere Ermes Mattielli, condannato in primo grado dopo aver esploso 14 colpi contro due ladri.
Sentenze diverse, dunque, non necessariamente contraddittorie. La differenza sta nella dinamica concreta di ogni episodio.
Quando finisce la legittima difesa?
La legge italiana non stabilisce che “chi spara a un ladro va in carcere”, ma neppure che all’interno di casa o del proprio negozio qualsiasi reazione sia consentita.
L’articolo 52 del Codice penale, modificato anche dalla riforma del 2019, ruota attorno a un concetto fondamentale: il pericolo attuale. Contano inoltre le modalità dell’aggressione, la necessità della reazione e, nei casi previsti, il grave turbamento.
Ecco perché Roggero, Cattaneo, Birolo, Pacini e Stacchio hanno avuto esiti così diversi.
Ma rimane un problema difficile da eliminare con una norma: il tempo della vittima non è quello del giudice.
Un tribunale può ricostruire una rapina anni dopo, analizzando filmati, testimonianze, distanze e traiettorie. Chi la subisce deve decidere in pochi secondi, sotto l’effetto della paura, senza sapere con certezza se l’aggressore stia realmente fuggendo, possa voltarsi o sia ancora armato.
Dall’altra parte, essere vittima di un reato non può attribuire il diritto di inseguire e punire chi lo ha commesso: altrimenti la legittima difesa diventerebbe giustizia privata.
Il caso Roggero è ormai arrivato anche sul terreno politico, con la domanda di grazia presentata al Presidente della Repubblica. Una eventuale grazia inciderebbe sulla pena, senza cancellare la condanna.
Resta allora la domanda che accomuna vent’anni di casi giudiziari e che può separare un’assoluzione da una condanna a quasi quindici anni: nel momento in cui è stata usata la forza, il pericolo c’era ancora?
È questo il confine più difficile della legittima difesa: pochi secondi vissuti nella paura che possono essere analizzati per anni nelle aule di giustizia.

















