Putin e Netanyahu, la forza che sfida il diritto internazionale

Jet, caccia russi, guerra
Jet, caccia russi, guerra

Dal Donbass a Gaza: la voce grossa che mette in crisi l’ordine mondiale

L’EDITORIALE – Alta tensione ai confini: caccia russi avvistati vicino all’Alaska e alla Lettonia, con Mosca che avverte — “Se abbattuti sarà guerra”. Nella notte, l’Ucraina ha respinto un attacco massiccio di droni russi: 154 lanciati, 128 neutralizzati. Nel frattempo, il Pentagono convoca i vertici militari e Varsavia richiama i suoi cittadini dalla Bielorussia. Sullo sfondo, la tensione mediorientale non accenna a diminuire: Netanyahu e il suo governo ribadiscono che la creazione di uno Stato palestinese non è un’opzione, minacciando l’annessione di gran parte della Cisgiordania e ritorsioni contro i paesi occidentali. È il quadro di un mondo in cui l’uso della forza e la minaccia prevalgono sulla diplomazia.

Nell’era moderna sembra che basti alzare la voce, disporre di un apparato militare efficiente e di solide riserve economiche per ridisegnare i confini e piegare il diritto internazionale. È quanto hanno dimostrato, in tempi e modi diversi, Vladimir Putin con l’aggressione all’Ucraina e Benjamin Netanyahu con la gestione della guerra a Gaza. Due scenari diversi, accomunati da un punto fondamentale: i potenti della terra guardano altrove, si limitano a dichiarazioni di facciata e troppo spesso la tolleranza diventa complicità.

L’Ucraina, l’Europa e la guerra che non finisce

La Russia, dopo l’invasione del 2022, ha imposto annessioni e occupazioni, ignorando condanne e sanzioni. Le misure dell’Occidente hanno limitato alcuni margini d’azione di Mosca, ma non hanno fermato l’avanzata né ricondotto Putin al tavolo negoziale. Oggi, mentre la guerra si cronicizza, il ministro degli Esteri russo dichiara apertamente che Mosca è in guerra “reale” con la NATO e l’Europa. Le incursioni di droni e caccia ai confini lo dimostrano: l’escalation è una minaccia concreta, che forse si sarebbe potuta arginare con risposte più ferme all’inizio del conflitto.

Gaza e il paradosso dell’alleato scomodo

Sul fronte mediorientale, l’operato del governo israeliano ha scatenato indignazione globale per il numero di vittime civili e le condizioni umanitarie. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto, alcuni paesi — come la Slovenia — hanno persino imposto restrizioni di viaggio a Netanyahu. Ma la realtà è che Israele continua a contare sulla protezione politica di alleati potenti, primo fra tutti gli Stati Uniti, e a resistere alle pressioni internazionali. Così, la voce grossa di Tel Aviv resta coperta da un ombrello geopolitico che rende inefficaci le condanne.

Il prezzo della tolleranza

La tolleranza verso i primi segnali di violazioni ha un prezzo: la crisi del diritto internazionale. Ogni volta che un’aggressione rimane senza conseguenze concrete, il principio di inviolabilità dei confini si indebolisce. Ogni volta che i tribunali internazionali non riescono a far eseguire i propri mandati, la fiducia nelle istituzioni si sgretola. Ogni volta che i governi preferiscono tutelare forniture energetiche o equilibri diplomatici anziché i diritti umani, l’idea di un ordine mondiale condiviso si riduce a slogan.

Essere meno tolleranti fin dall’inizio avrebbe significato risposte più ferme: sanzioni economiche immediate e realmente incisive, isolamento diplomatico senza eccezioni, rafforzamento del potere esecutivo degli organismi internazionali. Non si tratta di invocare guerre preventive, ma di rendere chiaro che l’uso della forza non paga. In assenza di questo, il messaggio lanciato al mondo è pericoloso: chi è abbastanza forte può ignorare regole e conseguenze.

Se “fare la voce grossa” diventa la scorciatoia per imporsi, allora la comunità internazionale deve interrogarsi sul proprio ruolo. Continuare a girarsi dall’altra parte non è più un’opzione: significa lasciare che l’ordine globale si sgretoli, alimentando nuovi conflitti. Essere meno tolleranti dall’inizio non era solo un dovere morale — era una necessità strategica. Oggi ne paghiamo il conto.