Poliziotti, magistrati, medici, insegnanti, giornalisti, commercianti: mestieri diversi, un problema comune. La crescente solitudine di chi è chiamato a decidere.
L’EDITORIALE | Ci sono mestieri che oggi sembrano diventati più difficili di ieri. Non soltanto per i rischi che comportano, ma perché chi è chiamato a intervenire, decidere o assumersi una responsabilità sa che potrebbe ritrovarsi, dopo, da solo a risponderne.
Il poliziotto deve fermare chi fugge, ma durante un inseguimento basta un attimo perché una tragedia trasformi un intervento in un’indagine. Il medico deve prendere decisioni spesso in condizioni difficili e sotto pressione. L’insegnante è chiamato a educare e mantenere l’ordine, ma troppo spesso si trova solo davanti a situazioni sempre più complesse.
Poi c’è il commerciante che subisce una rapina. Il caso del gioielliere Mario Roggero, condannato definitivamente dopo aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo, ha riaperto il dibattito sul confine tra paura, reazione e legittima difesa. La giustizia ha stabilito le responsabilità e le sentenze si rispettano. Ma resta la dimensione umana di chi, dopo aver vissuto una situazione di estrema tensione, reagisce in pochi istanti, mentre anni dopo ogni gesto viene inevitabilmente ricostruito e valutato con maggiore freddezza.
Il diritto deve stabilire i confini, ma la vita reale è spesso più complessa di quanto possa apparire a distanza di tempo.
E poi c’è la magistratura. Anche Nicola Gratteri, magistrato simbolo della lotta alla ‘ndrangheta, è stato oggetto di dure critiche per gli esiti di alcune grandi inchieste avviate quando guidava la Procura di Catanzaro e concluse, almeno in parte, con numerose assoluzioni. È legittimo discutere di metodi, misure cautelari e conseguenze delle indagini. Ma sarebbe altrettanto semplicistico considerare ogni assoluzione come la prova automatica dell’inutilità di un’inchiesta. In uno Stato di diritto, però, una cosa resta fondamentale: la colpevolezza deve essere provata e, se la prova non raggiunge il livello richiesto, l’assoluzione è l’esito previsto dalla legge.
Anche questo fa parte della complessità di chi deve prendere decisioni su fenomeni criminali difficili da decifrare.
E poi c’è il giornalista. Il caso di Sigfrido Ranucci, oggi al centro del dibattito dopo l’avvicendamento alla conduzione di Report, riporta l’attenzione sul prezzo che può pagare chi fa giornalismo d’inchiesta. Un giornalista può sbagliare, essere criticato e chiamato a risponderne. Ma informare diventa difficile quando ciò che racconti comincia a disturbare interessi e poteri.
Nel nostro piccolo, anche noi di Calabria Magnifica sappiamo cosa significa. Più di una volta siamo stati costretti a difenderci da querele semplicemente per avere fatto il nostro mestiere: raccontare fatti e vicende di interesse pubblico.
La cronaca locale non è meno importante e, spesso, non è nemmeno meno scomoda. Anzi. Nei territori piccoli tutto è più vicino: le persone, gli interessi, i rapporti, i poteri. Chi racconta ciò che accade sa bene che può esporsi a pressioni e conseguenze.
Non rivendichiamo il diritto di scrivere qualsiasi cosa. Rivendichiamo il diritto e il dovere di cronaca, esercitati nel rispetto dei fatti e delle persone.
Il punto, allora, non è mettere sullo stesso piano professioni e responsabilità profondamente diverse. È riconoscere una tendenza: chiediamo a qualcuno di intervenire, decidere, proteggere, educare, indagare o informare, ma rendiamo sempre più pesante il prezzo personale di ogni scelta.
Una società nella quale assumersi una responsabilità diventa troppo rischioso rischia di produrre persone che, davanti alle situazioni più difficili, preferiranno non assumersela.
E forse è questo il rischio più grande: non chi sbaglia facendo il proprio dovere, ma chi, per paura delle conseguenze, decide di non farlo più.
Luigi Mussari
Editore, Calabria Magnifica


















