Ranucci, Report e il valore di essere scomodi

Sigfrido Ranucci
Sigfrido Ranucci (immagine archivio)

La vicenda che riguarda Sigfrido Ranucci e Report riporta al centro il ruolo dell’informazione d’inchiesta e il valore di un giornalismo capace, ancora, di essere scomodo.

L’EDITORIALE – Ci sono vicende che meritano una riflessione al di là dei protagonisti e delle inevitabili contrapposizioni politiche. Quella che riguarda Sigfrido Ranucci e Report è una di queste.

Non perché un giornalista debba diventare intoccabile, né perché chi fa informazione abbia sempre ragione. Il giornalismo può sbagliare e deve risponderne. Ma il giornalismo d’inchiesta, per sua natura, non nasce per rassicurare né per mettere tutti d’accordo. Fa domande, verifica, entra nei luoghi dove spesso altri preferiscono non guardare. E proprio per questo può risultare scomodo.

La vicenda di Report ha acceso un confronto che va oltre le scelte aziendali e le polemiche del momento. Quando si parla di uno dei principali programmi d’inchiesta del servizio pubblico, è inevitabile interrogarsi sul valore che attribuiamo a un’informazione libera e autonoma.

Il punto, naturalmente, non è stabilire se Ranucci abbia sempre ragione. Nessun giornalista è infallibile. Il punto è un altro: quanto spazio siamo ancora disposti a riconoscere a chi svolge il proprio lavoro senza preoccuparsi troppo del fastidio che può provocare?

Per noi che raccontiamo il Mezzogiorno questa riflessione assume un significato particolare. Viviamo in territori complessi, dove l’informazione ha spesso il compito di andare oltre la superficie, i silenzi e le versioni ufficiali.

Non servono giornalisti eroi o santificati. Servono professionisti liberi e responsabili, messi nelle condizioni di lavorare. E serve un servizio pubblico che consideri l’autonomia dell’informazione non un problema da gestire, ma un valore da difendere.

Per questo il caso Ranucci merita attenzione, senza tifoserie. Oggi riguarda un volto noto della televisione italiana, domani potrebbe riguardare un cronista di provincia o una piccola redazione impegnata su una storia difficile.

La libertà di informare non coincide con l’assenza di critiche. Ma una democrazia matura dovrebbe avere la forza di accettare anche quell’informazione che disturba, irrita e costringe a guardare ciò che qualcuno preferirebbe ignorare.

Perché, in fondo, il giornalismo che non disturba mai rischia di non servire a nessuno.