E per il pranzo della domenica, la Fileja!

La fileja (fonte:todayonline)

Se pensi a una pasta calabrese ti viene in mente un solo nome:”fileja”.

Una volta si diceva che una ragazza calabrese doveva essere in grado di realizzare almeno 15 tipi di pasta diversi altrimenti non avrebbe trovato marito. E c’è da crederci perché la pasta fatta in casa è ancora oggi una delle attività casalinghe che più resistono al tempo. Le caratteristiche della pasta calabrese sono: l’assenza di uova, poiché anticamente queste erano destinate ad altre preparazioni, e l’uso della semola di grano duro, per ottenere una pasta ruvida in grado di trattenere i sughi, generalmente di maiale o di capra, ma le varianti dei condimenti sono infinite.

La fileja

La fileja è un piatto antico e povero tipico della zona di Tropea e del promontorio del Poro, ma è facile trovarla in quasi tutta la Calabria anche se con nomi diversi.

È ovviamente una pasta fatta in casa che ha semplici ingredienti: farina, sale e acqua.

Per realizzarla è necessario “u dinaculu” cioè un bastoncino di qualche millimetro prodotto da una pianta locale che si chiama Gutamara (sparto). Era un piatto povero, tipico delle feste, di coloro che avevano la fortuna di avere la farina.

Esiste un’altra variante che si chiama “i filej masculi” che non vengono “filati”. Questo perché, a volte, la massaia non aveva tempo per la preparazione tradizionale.

Infatti, la caratteristica di questa pasta è che è “filata” con il bastoncino: fatto l’impasto, questo viene tagliato in piccoli pezzi che vengono “scilati” e modellati intorno al dinaculu.

La preparazione tipica di Tropea è legata al sugo con la ‘nduja. Ma nell’area del Poro sono tantissime le sagre che vedono questa pasta condita con fagioli o salsicce, ma anche ceci o melenzane. Molto dipende dal periodo e, anticamente, dalla disponibilità della famiglia, senza dimenticare che parliamo di tradizioni contadine dove non sempre era sempre reperibile il cibo.

Vengono chiamati anche maccaruni, ma anche strangugliapriavitiscilatielliscialatiellifirrazzulmaccarruni a firrettufilejafhilateri, ‘imparrettati, a seconda del luogo di provenienza.

Un po’ di storia

Curiosa l’etimologia della parola maccherone: potrebbe risalire al latino maccare, che significa schiacciare, oppure da Maccus, personaggio delle commedie atellane o ancora dal greco macron, grosso, o makaria, impasto di orzo e acqua.

Makar in greco antico significa “felice”, da qui potrebbe venire il termine scialatielli che ricorda il verbo scialare, cioè sentirsi felici.

Probabilmente gli antichi già sapevano ciò che oggi è spiegato scientificamente, cioè che il consumo di pasta aiuta la produzione della serotonina, l’ormone del buon umore.

Le origini della pasta, in generale, sono veramente antiche: si hanno tracce della pasta negli scavi archeologici di un villaggio del neolitico in Cina. Era il cibo preferito di Cicerone e anche di Orazio. Ne parlava anche Boccaccio nel Decameron, a proposito delle meraviglie del Paese di Bengodi.

Ma, tornando alla fileja, la patria della pasta però è senz’altro il Sud Italia. Intorno all’anno 1000 si faceva un tipo di pasta secca lavorata in filamenti che aveva il nome arabo di itriyah.

Ancora oggi, questo cibo semplice, fatto solo di acqua e farina, rappresenta uno degli alimenti più sani appartenenti alla dieta mediterranea.

Annamaria Gnisci