Il festival promosso da Mana Chuma Teatro ha portato a Pentimele teatro, poesia, danza e musica, con il concerto di Daniele Sepe, mentre Epic Arghìa ha attraversato Bova e Locri tra spettacoli e performance legati ai territori
Epic Reggio Calabria ed Epic Arghìa hanno portato teatro, poesia, musica e danza fuori dai luoghi tradizionali dello spettacolo, coinvolgendo comunità e territori della Calabria. I due percorsi, promossi da Mana Chuma Teatro, condividono una stessa idea: fare dell’arte uno strumento per abitare i luoghi e creare un rapporto diretto con chi li vive. A Reggio Calabria il programma si è sviluppato dal 24 al 26 settembre, mentre Epic Arghìa aveva fatto tappa a Bova e Locri dal 3 al 13 settembre.
A Reggio Calabria l’iniziativa è rientrata in “ReggioFest26 – cultura diffusa”, promosso dal Comune di Reggio Calabria e finanziato attraverso il Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura. Per tre giorni il Piazzale Ferrari di Pentimele ha ospitato spettacoli e performance, con una programmazione costruita intorno all’incontro tra linguaggi differenti.
“Epic Reggio Calabria continua a esplorare le periferie della città, a riabitare luoghi che sono magari anche non luoghi”, ha spiegato Massimo Barilla, co-direttore di Mana Chuma Teatro insieme a Salvatore Arena. “I contenuti artistici sono collegati a questa idea e alla necessità di abitare i luoghi, per cui siamo contenti di aver ancora una volta aperto il mondo del teatro ad altri linguaggi performativi”.
L’apertura di Epic Reggio Calabria ha unito teatro, poesia e musica. Tra gli appuntamenti, “Circe” di Teatro Ebasko, con Marzia D’Angeli impegnata in una performance sui trampoli costruita attraverso gesti e sguardi. Lo spettacolo, basato su una rilettura contemporanea del mito, ha portato nello spazio urbano la contaminazione tra teatro e luogo, secondo la visione dell’autore Simone Bevilacqua.
La poesia è stata protagonista con “Accamòra”, progetto nel quale i versi in dialetto reggino di Massimo Barilla hanno dialogato con le musiche di Luigi Polimeni, muovendosi tra memoria, tradizione e contemporaneità. A seguire, “Per Brecht – Inno alla tenace fiducia nell’umano contro violenza e dittature”, prodotto da Astragali Teatro, ha proposto testi, poesie e canzoni di Bertolt Brecht interpretati da Fabio Tolledi e Roberta Quarta, con Mauro Tre alle tastiere. La serata si è conclusa con il dj set di Davide Crimi, conosciuto come @crimice_.
La seconda giornata ha invece avuto nella musica il proprio fulcro, con il concerto di Nuhara, trio siciliano composto da Gabriele Bazza, Federico Pipia e Michele Piccione. Il gruppo ha proposto una ricerca sulle voci e sui canti dei lavoratori dei primi anni del Novecento, fondendo strumenti legati alla tradizione ed elettronica. Il pubblico di Piazzale Ferrari ha accompagnato la conclusione della serata chiedendo il bis e ballando sotto il palco.
A chiudere Epic Reggio Calabria è stato Daniele Sepe con “Spiritus mundi”. Il sassofonista e autore ha costruito un percorso musicale capace di mettere in dialogo epoche e aree geografiche differenti, dalla musica dell’alto Medioevo agli echi jazz e contemporanei. Sul palco, il sax di Sepe ha incontrato le voci di Emilia Zamuner e Sabba e il lavoro dei musicisti della band, in un repertorio che attraversa generi e culture differenti.
All’interno della rassegna ha trovato spazio anche la poesia performativa curata da Elizabeth Grech, proposta sia durante Epic Arghìa sia a Reggio Calabria con il titolo “La parola agita”. I versi di autori contemporanei dell’area mediterranea, tra cui il siriano Saleh Diab e la libanese Etel Adnan, hanno affrontato attraverso la performance temi legati all’attualità e al rapporto tra culture. Nell’ultima giornata reggina, Grech ha inoltre letto due nuove poesie, “Mediterraneo” e “Reggio Calabria”.
Il percorso di Epic Arghìa, sviluppato nelle settimane precedenti tra Bova e Locri, ha seguito la stessa ricerca sul rapporto tra arti e territorio. “È un festival che, come nel nostro Dna, vuole relazionarsi con le comunità – spiega Massimo Barilla -: le zone interne, i borghi, per noi sono molto importanti e soprattutto quest’area, che è un po’ il nostro luogo di elezione. Da oltre 25 anni facciamo allestimenti lì, periodi di residenze immersive in cui sono nati anche molti dei nostri spettacoli, quindi c’è un legame molto forte col territorio e con la comunità”.
A Bova gli spettacoli hanno coinvolto Piazza Roma, il Parco delle Rimembranze e il Museo della Lingua Greco-Calabra Gerhard Rohlfs. Tra gli appuntamenti, “Sfumature sonore II” di Mana Chuma Teatro, nel quale i testi in dialetto reggino di Massimo Barilla e la ricerca musicale di Luigi Polimeni hanno incontrato la danza di Aurora Galteri. Lo stesso spettacolo è stato proposto anche al Parco Archeologico di Locri, dove ha chiuso la rassegna.
Il programma ha incluso inoltre “Novecento”, con Ciro Masella, ispirato alla storia del pianista che attraversa l’oceano, e “Longa è ‘a jurnata”, con Salvatore Arena e Massimo Barilla impegnati come registi e interpreti di una storia concentrata nell’arco di una giornata e costruita intorno alla ricerca di un riscatto.
Il rapporto tra uomo e natura è stato al centro di “Il segreto del bosco”, di Eleonora Cecconi e Claudio Massimo Paternò, e di “Magarìa – Elegia di un mondo perduto”, firmato da Eliana Iorfida e Francesco Gallelli. Non sono mancati il teatro di strada di “Circo Show”, di e con Matteo Magro, e “Tre piccole ombre”, attraverso cui Barilla e Arena hanno raccontato l’ultima notte d’infanzia di Stefano D’Arrigo, autore di Horcynus Orca.
A Locri, infine, Salvatore Arena ha portato al Parco archeologico “Un’altra Iliade”, spettacolo nel quale il mito viene intrecciato alla realtà attraverso figure apparentemente marginali del racconto epico, trasformate in personaggi universali.

















