Claudio Baglioni: note poco note

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Claudio baglioni foto by ANGELO TRANI

Claudio Baglioni ha anche delle figlie più piccole e tanti ignorano questa verità. Figlie che avrebbero il diritto di essere riconosciute pari alle sorelle maggiori, anche perché queste ultime, paradossalmente, rappresentano il numero più esiguo. Ovviamente sto parlando di canzoni, spesso capolavori che restano in un angolino, in attesa che qualcuno le noti e le faccia uscire fuori da un’ombra costante. Posso asserire in tutta serenità che l’anima artistica di Claudio Baglioni è sconosciuta al grande pubblico; intendo quella vera, non commerciale, quella delle chicche, note a un pubblico molto ristretto che magari lo segue da decenni. Per un senso di giustizia, per cercare di sdoganare un artista che spesso ha dovuto ‘cedere’ a un’immagine di autore di piccoli grandi amori che per carità, esistono pure, ma non sono i soli in una produzione ampissima e variegata.

Chi conosce bene la sua storia artistica e umana sa che sin dagli anni Settanta c’è sempre stata una produzione discografica a due binari. Per la precisione, la produzione che va dal 1968 al 1978 è stata concepita attraverso un 45 giri e un relativo 33 giri (o viceversa) che hanno vissuto vite diverse parallele. Se nei lati A dei 45 giri venivano pubblicate canzoni sempre ai vertici delle hit parade estive, narranti passerotti o coppie accoccolate sulla spiaggia, nei lati B si cercava di rendere giustizia a qualche figlia minore contenuta nei 33 giri. L’impatto commerciale del disco più grande purtroppo ha sempre avuto un effetto inferiore, donando un’immagine distorta di un artista spesso etichettato ‘degli amori estivi’ sebbene si parli di canzoni dignitose e scritte benissimo, ma penalizzanti, purtroppo.

Solo nel 1981, Baglioni colma questo gap, rischiando il flop, con un album che invece è nella storia della canzone italiana: Strada Facendo. L’album successivo, datato 1985, è La vita è Adesso che resta ancora oggi il disco più venduto in Italia. Ma anche questa operazione ha lasciato un po’ in disparte le cosiddette ‘canzoni dietro l’angolo’.

La produzione di Baglioni è fatta di cicli di elaborazione che durano quasi dieci anni l’uno. Ogni ciclo ha un punto di partenza, uno sviluppo e una chiusura ideale in cui c’è già lo slancio verso una nuova costruzione artistica in ascesa.

Con la prima casa discografica, la RCA italiana, Baglioni ha avuto un rapporto conflittuale tant’è che è terminato burrascosamente nel 1977 con album bellissimo e significativo già dal titolo: Solo. Con Solo si rompe anche la collaborazione decennale con Antonio Coggio che compare in una sola canzone, in dialetto romanesco, Gesù caro fratello. E anche qui c’è una sorta di rivendicazione poiché era una canzone interpretata da Mia Martini nell’album Oltre la collina del 1971, dal titolo Gesù è mio fratello.

Gli anni Settanta

Il Baglioni dei primi anni Settanta è un ragazzo dalla sensibilità straordinaria, dotato di una grande capacità evocativa. Ha una cultura musicale varia che spazia dai cantautori francesi a De André e ha stili eterogenei nella scrittura. Nella primissima e breve produzione che va dal 1968 al 1972, il cantastorie Baglioni è alla ricerca di uno stile proprio, è quasi uno studio di sé stesso. Un esercizio.

Sebbene sia poco più che adolescente riesce a scrivere canzoni ermetiche e complesse come Il sole e la luna e Lacrime di marzo oppure canzoni a sfondo sociale come Cincinnato, Vecchio Samuel, Caro padrone fino a incidere canzoni, esercizi musicali, come Quando tu mi baci o Mia cara Esmeralda. Dello stesso periodo sono canzoni intramontabili: Signora Lia e Poster. Claudio Baglioni nasce come autore e non come cantante: scrive per Mia Martini e Rita Pavone, Gianni Nazzaro. Diventerà cantastorie ma i suoi primi dischi, targati RCA, sono fallimentari in Italia. L’insuccesso lo porta però in Polonia dove diventa famosissimo e grazie a questa esperienza pubblicherà più tardi l’intensa Le ragazze dell’est, (1981).

Il vero successo avviene nel 1972 grazie anche a Toto Torquati che lo convince a incidere Questo piccolo grande amore. Un album goliardico che avrebbe dovuto segnare l’ultimo capitolo della sua carriera, ma che invece incarna l’icona. Molti non sanno che avrebbe dovuto essere un doppio concept album e che avrebbe dovuto avere anche una certa connotazione politica di sinistra che la RCA non volle far emergere, deviando su tema sentimentale. Ecco spiegato il taglio di Quanta strada da fare n.1 alias Caro padrone e la pubblicazione del brano Questo piccolo grande amore.

Gli album successivi tentano di percorrere altri binari, alternando i sentimenti a ricerche e sperimentazioni sia musicali che liriche. Gira che ti rigira amore bello (1973) sebbene risenta di poca lavorazione nel complesso, contiene però canzoni come Casa in costruzione o Io ti prendo come mia sposa (contenuta in Questo Piccolo grande amore) che meritano assolutamente una menzione.

Sicuramente il disco più emblematico per la sperimentazione è E tu… del 1974. Una cosa che Baglioni ha sempre preteso è il lavorare con musicisti di altissimo livello: Oltre (1990) credo che sia il top anche per la presenza di artisti eccezionali, ad esempio.

E tu… ha il suono progressive e straordinario di Vangelis e apre la porta al musical che purtroppo non si farà. In E tu… convivono varie anime: l’atmosfera blues di Chissà se mi pensi, il lirismo di Il mattino si è svegliato, il progressive di Quanta strada da fare, il messaggio sociale e politico di Ninnannanna nannaninna (ovviamente censurata, ma dalla Rai), l’aspra e toccante E me lo chiami amore.

Lavorare con artisti di grosso calibro è il trait d’union tra i vari album così come la scelta di collaboratori fidati fissi come Antonio Coggio e Paola Massari, la quale viene spesso descritta dalla stampa come la musa ispiratrice, ma in realtà ha sempre avuto un ruolo chiave nella progettazione e nella realizzazione, tant’è che nel 1985 nei crediti di La vita è adesso c’è scritto: ‘composto con Paola Massari’.

Sabato Pomeriggio (1975) accoglie nuovamente il tema concept: l’attesa. Un po’ ispirandosi al tema leopardiano dell’attesa della felicità. Le canzoni hanno orientamento diverso, ma risultano ancora attuali; meritano un ascolto Il lago di Misurina e Carillon, ma anche Alzati Giuseppe in cui si affronta per la prima volta l’alienazione dell’uomo, oppure la crepuscolare Lampada Osram e la sognante 21X. Gli arrangiamenti di Bacalov sottolineano la bellezza di melodie ancora oggi intramontabili. Dello stesso periodo è una pressoché sconosciuta e cabarettistica Me so’ magnato er fegato interpretata da Gigi Proietti, sebbene abbia conosciuto una versione femminile incisa da Nada.

Il vero stacco però avviene nel 1977 con Solo con cui si chiude, non solo il periodo discografico con la RCA, ma anche una produzione che ha tratti comuni di stile.

Solo è la svolta, il primo passo verso il plateale successo. E a chiudere questo cerchio, la presenza di Toto Torquati come arrangiatore sembra quasi necessaria invece che casuale.

L’album raccoglie una galleria di personaggi che vivono in e di solitudine. Bellissima è il Pivot, straordinaria è Nel sole, nel sale, nel sud o, la già citata e ‘blasfema’, Gesù caro fratello. L’impatto con le prime note di Gagarin è avvolgente. Non esiste una canzone brutta o inutile in questo disco. Ognuna ha la sua bellezza e il suo valore.

Oramai Baglioni è maturo. La scrittura dei testi si raffina. Con la CBS incide E tu come stai? (1978) che contiene le bellissime Loro sono là e Ancora la pioggia cadrà.

Gli anni Ottanta

Strada Facendo (canzoni e una piccola storia che continua) esce nel 1981, per la prima volta, solo come 33 giri e rappresenta la vera svolta. Da questo momento in poi ogni album ha un sottotitolo. Il suono di Westley è riconoscibile e accattivante, i testi sono ricercati ed elaborati, basti pensare a Buona fortuna o alla più nota I vecchi. È un album che, secondo me, nasce un po’ come un progetto, anche per via dei simbolici rettangoli presenti sulle copertine, che attraversa Avrai (1982) e si conclude con il primo live Alé Oò.

Rettangoli dai colori che troveremo all’inizio degli anni Novanta con un’altra trilogia, ben più sostanziosa. Con La Vita è adesso (il sogno è sempre), 1985, cambia anche l’immagine. La popolarità è all’apice e la scrittura ricercata. Il vocabolo è una pennellata su un quadro. Uomini persi e ancor di più la complessa Tutto il calcio minuto per minuto,  rappresentano il Baglioni sconosciuto ma più vero. L’esperienza decennale partita da Strada facendo arriva e si conclude con il triplo live Assolo (1986) in cui emerge ancora una volta la sperimentazione musicale pura e il gioco d’azzardo, sconvolgendo successi e rischiando l’impopolarità. È un album tecnico, one man band.  Se non fosse per l’inedito Il sogno è sempre, risulterebbe quasi freddo. Il coordinamento degli strumenti musicali è stato reso possibile grazie al protocollo MIDI (Musical Instrument Digital Interface).

“La tecnologia MIDI era appena entrata in commercio, e Howard Jones era stato il primo artista ad eseguire dal vivo concerti di questo tipo. Baglioni fu il primo artista ad utilizzarlo in Italia. Tuttavia, Jones suonava su basi prefissate, con un numero di battute prestabilite, mentre Baglioni eseguiva personalmente i pezzi e poteva modificarli dal vivo, con l’aiuto del tecnico del suono Pasquale Minieri, che stabiliva al mixer quali strumenti aprire e quali chiudere. La tecnologia MIDI rese possibile la registrazione automatica delle partiture e l’editing del triplo album, suonato in playback in studio con l’aggiunta della voce del cantante registrata in presa diretta.” (fonte Wikipedia)

Gli anni Novanta

Probabilmente se non ci fosse stato Assolo non sarebbe nato il capolavoro assoluto di Baglioni: Oltre (un mondo uomo sotto un cielo mago), 1990.

Come si fa a riassumere Oltre? Impossibile… Sono stati scritti libri a riguardo. La log-line adatta sarebbe: Oltre rappresenta il primo capitolo di una trilogia di altissimo livello. Il racconto umano e artistico di un uomo in cerca di sé stesso.

Trovare qualcosa di brutto è impossibile.

Tutto il progetto della trilogia è perfetto. Rappresenta la vera anima di Claudio Baglioni, l’artista con i suoi limiti e le sue debolezze, ma anche con la sua grandezza umana. È da ascoltare per intero poiché è anche un album complesso e da interpretare. L’aspetto biografico si intreccia con il tema epico in cui Cucaio, personaggio inventato ma che è in realtà Baglioni bambino, fa un percorso umano doloroso, ma di crescita interiore, che lo porterà ad andare appunto… oltre, oltre sé stesso, oltre una crisi umana e artistica reale e a diventare uomo. Oltre è un doppio album dove meraviglia la massiccia presenza di musicisti internazionali di alto livello e dove Baglioni sperimenta un linguaggio complesso, ermetico. Dove vince chi riesce a trovare riferimenti autobiografici e di rimando stilistico. Quello stesso ermetismo che per anni ha cercato di realizzare all’inizio della sua carriera.

Oltre non è un semplice disco così come tutta la trilogia non può essere considerata a capitoli singoli e dei semplici dischi. Va assorbita nell’insieme. Ogni capitolo ha la sua peculiarità e bellezza. Alcuni elementi di Oltre si trovano anche in album pubblicati in seguito.

Le mani e l’anima, Qui Dio non c’è, La piana dei cavalli bradi. Ma anche Io, lui e la cana femmina fino all’immensa Stelle di stelle. È un Baglioni completamente nuovo che spiazza. Oltre è scritto con tutti i cinque sensi. La passione, il sesso, il gioco, la tristezza, l’osservazione del mondo esterno e di quello, infinito, interiore.

Se Oltre rappresenta il passato, Io sono qui (tra le ultime parole d’addio e quando va la musica), 1995, rappresenta il presente e segna un momento di respiro. Anche qui è impossibile trovare canzoni mediocri: Nudo di donna, Male di me, Titoli di coda. Giusto per citare qualcosa. C’è sempre il gusto di stupire, di guizzi artistici che gli danno una connotazione diversa e peculiare. C’è un Baglioni maturo, ormai completamente abbandonato a un nuovo concetto di sé stesso e della propria vita. Raccontando aspetti dolorosi personali tipo la depressione per arrivare all’umorismo in V.O.T. Si sviluppa come un film e contiene la citazione di Pink Floyd Alan’s Psychedelic Breakfast.

Viaggiatore (sulla coda del tempo), 1999, rappresenta il futuro, l’album blu. Conclude il viaggio intimistico iniziato con Oltre in cui Cucaio ritrova Cla’. Ha un racconto a spirale e alcune canzoni tipo Mal d’Universo risultano ermetiche ma perfettamente in tema a un aspetto pessimistico che pervade l’album. Opere e omissioni, Quanto tempo ho mettono l’accento su chi siamo e cosa siamo stati. È un album che può risultare cupo e manieristico, ma è di una bellezza immensa se saputo interpretare.

Il bambino è adulto. È oltre.

Gli anni Duemila

Il decennio successivo denota una produzione pressoché lineare, alla ricerca di un linguaggio più semplice, con due album da studio: Sono io (l’uomo della storia accanto), 2003, e ConVoi, 2013. Alcune canzoni sono interessanti, ma ovviamente superare la trilogia è impossibile. Alcune gemme però meritano un cenno tipo Patapan, Per incanto e per amore, Dieci dita. Un decennio pieno di live, di raccolte, libri e di inni, anche precedenti al 2000, che a volte non dispiacciono affatto tipo Tutti qui o Da me a te. I live sono sicuramente più interessanti, basti citare Acustico e InCanto.

Una nota particolare va a QPGA (2009) (il remake complesso di Questo piccolo grande amore) che è un omaggio al disco del 1972 da cui si ricavano un film, che non aggiunge molto, per la verità, e un libro, quest’ultimo da leggere. Un altro cenno va a Anime in gioco (1997) in cui sicuramente si trova ciò che pochi conoscono: l’ironia (leggasi anche intelligenza) di un uomo che non smette di stupire, di radunare.

Annamaria Gnisci