L’ipocrisia ai funerali di Pippo Baudo: tutti amici sui social, pochi presenti a Militello
Oggi ho seguito con attenzione i funerali di Pippo Baudo a Militello in Val di Catania. Una folla di cittadini comuni, gente semplice, ha riempito le strade e la chiesa per salutare l’uomo che ha fatto la storia della televisione italiana. Gli applausi, le lacrime, l’affetto sincero del popolo mi hanno emozionato. Ma allo stesso tempo non posso tacere una sensazione amara: la grande ipocrisia che aleggia attorno a questo addio.
Nei giorni scorsi non c’è stato un solo minuto in cui i social non fossero invasi da messaggi di cordoglio, foto ricordo, frasi di circostanza. Politici, colleghi, cantanti, conduttori, tutti pronti a rivendicare una foto con Baudo, una frase ad effetto, un “anche io c’ero” virtuale. Ma oggi, al funerale, chi c’era davvero?
Ho visto Al Bano, Alberto Matano, Gigi D’Alessio e Lorella Cuccarini, E poco altro.
Il resto? Vacanze, impegni, distrazioni. Troppo complicato – evidentemente – interrompere la tintarella in Sardegna o la cena sulla Costa Smeralda per prendere un aereo e venire in Sicilia ad abbracciare un uomo che tutti dicono di avere amato.
E non sono io a pensarla così.
Ecco il punto: Pippo Baudo meritava rispetto, non passerelle social. La sua carriera non è stata fatta di hashtag, ma di sudore, di talento, di gavetta, di palcoscenici veri. E invece il mondo dello spettacolo di oggi, ipocrita e autoreferenziale, ha preferito un post ben scritto a una presenza silenziosa e significativa.
Non basta commuoversi davanti a una foto in bianco e nero. Non basta scrivere “Ciao Pippo” con l’emoji del cuore. Quando arriva il momento di esserci, lì si vede la verità. E la verità, oggi, è che il popolo ha salutato Baudo con amore, mentre molti dei suoi colleghi lo hanno lasciato solo.
Pippo Baudo meritava un addio autentico. Lo ha ricevuto da pochi — quelli che hanno interrotto abitudini, vacanze, comfort — e da molti altri solo un “mi dispiace” accompagnato da hashtag. Non siamo ipocriti: lo sappiamo. E oggi quei funerali diventano anche simbolo di una decadenza sociale: siamo capaci di piangere solo con la fotocamera accesa.


















