Mark Knopfler a Roma: generazioni in ascolto

Il palco di Mark Knopfler alle Terme di Caracalla

Le Terme di Caracalla a Roma sono una location che già di per sé è un incanto e Mark Knopfler è riuscito a donare un’atmosfera ancora più magica aggiungendo alla Storia la sua Storia che è poi quella della Musica.
Due ore di suoni, emozioni, ricordi e di perfezione. Forse un’unica nota dolente: la distanza del palco dal pubblico.

Il pubblico

Platea eterogena per età e per nazionalità. Piena di giovani ‘ingordi’ di musica, della sua musica. Al mio fianco, una signora francese che, insieme ai due figli, sta seguendo il tour tappa per tappa, anche quelle transoceaniche.
Generazioni in ascolto. Sentore che lui ha ancora molto da dare.
Un segnale per un musicista che, ancora una volta, sebbene in maniera scherzosa, ha annunciato di volersi ‘pensionare’. Veramente vuole lasciarci orfani?

La band di Mark Knopfler

Sul palco una band di dieci elementi alla guida di Guy Fletcher. Ogni musicista ha una sua collocazione e, nonostante il gigante Mark Knopfler, ognuno di loro emerge, ha una dimensione rispettata. Non è poco. È più facile trovare turnisti che sul palco vivono nell’ombra del grande artista. In questo tour si assiste a un ‘lavoro di squadra’ stupendamente orchestrato.
Dieci elementi, con strumentazione rock, folk e jazz. Nel gruppo ci sono musicisti che lo seguono da diversi anni come Guy Fletcher, Richard Bennett, Jim Cox, Mike McGoldrick, John McCusker, Glenn Worf, Danny Cummings e Ian Thomas, oltre ai nuovi Graeme Blevins e Tom Walsh.

Mark Knopfler, che si avvia a festeggiare i suoi 70 anni in agosto, si mette a raccontare storie come se fosse sul palchetto di un pub inglese. L’umorismo, il suo carisma, le battute tra musicisti, lo rendono come un vecchio saggio che sembra lontano dall’immagine di ‘mostro’ del rock raccontato da libri di storia della musica.
Ricorda quando, giovanissimo, faceva l’autostop e aveva una chitarra sola. Ora, invece ne ha tante e costose, racconta ironizzando per aggirare il Mito che gravita intorno a lui.
Si muove appesantito sulla scena, ma il tocco del maestro sta nelle corde e lì il tempo sembra si sia fermato.
Spazia da un repertorio Dire Straits, risicato c’è da dire, rispetto al suo, a quello di solista, che ovviamente vuol far emergere. È giusto rispettare le scelte artistiche sebbene alle note di Romeo and Juliet o di Money For Nothing ci sia il delirio tra il pubblico.
In 40 di successi e di altissima popolarità, con il suo rock di classe, Mark Knopfler non si è mai lasciato incantare dalla trappola dello show business e infatti le scelte da musicista solista ci dicono proprio questo: la musica deve servire la musica stessa.
I testi sono intensi e colti. Lezioni di vita e messaggi attraverso i quali magari l’umanità potrebbe ancora imparare a migliorare. Si dovrebbe dar ascolto a ciò che le pagine di Storia ci raccontano, a ciò che il passato conserva, le lezioni da imparare a memoria.
Due ore di poesia, di talento e un armadio di chitarre.

La set-list

Si inizia con Why Aye Man, estratta da The Ragpicker’s Dream. Una ballata del Newcastle che racconta con un sapore popolare la storia di alcuni operai emigranti, rifugiati economici, in Germania a causa della politica britannica.
Segue, Corned Beef City, da Privateering. Una sonata blues che racconta le difficoltà economiche del protagonista.
Iniziano le prime note della stupenda Sailing To Philadelphia, tratta dall’album omonimo. Un testo che è il dialogo tra Jeremiah Dixon e Clarles Mason, due scienziati che tracciarono il limite di una parte della Pennsylvania.
Arriva il turno del repertorio Dire Straits con Once Upon a Time in the West (Communiqué). Con un’introduzione corposa e piena di fraseggi di chitarra. È un salto nel passato e un mix di nostalgia in un testo che racconta la distorsione dei giorni attuali.
Se di nostalgia si sta parlando, questa viene amplificata dalla immensa Romeo and Juliet (da Making Movies). L’amore non ricambiato viene anticipato dal lento e coinvolgente sax. Una versione da brividi, dove ogni nota e ogni parola interagiscono all’unisono. Dove anche le pause hanno un suono, lasciano una sensazione.
Ma non è però il momento di lasciarsi andare alla malinconia, ed ecco che è ora di presentare l’ultimo lavoro Down The Road Wherever.
Si diverte a cantare My Bacon Roll e alla fine ironizza pure sulle zanzare, lasciando il ricordo di quando, ancora teenager, face un viaggio in Grecia passando da Brindisi. Prosegue raccontando quando suonava in una ‘shitty band’ in Inghilterra e di quando chiese un passaggio il giorno di Natale. Giorno in cui venne lasciato dal conducente in mezzo alla neve, in mezzo al nulla. Matchstick Man racconta quella avventura. Una ballata bellissima e malinconica.
È il momento di presentare la band guidata da Guy Fletcher, un’orchestra capace di suonare 48 strumenti! Si prende tempo per presentare ogni singolo musicista, non snocciola nomi e strumenti velocemente. Per ognuno di loro c’è un pensiero, un ricordo o una battuta.
Segue, Done With Bonaparte. Una canzone che racconta la storia di un soldato impegnato nella Campagna di Russia di Napoleone. Una riflessione su ciò che è la guerra e la speranza che un giorno non ce ne siano più. La canzone è tratta da “Golden Heart”, il primo album da solista.
Heart Full of Holes, da Kill To Get Crimson, è un blues dove si susseguono una serie di riflessioni amare su sé stesso e sulla propria esistenza.
Segue She’s Gone, colonna sonora di “Metroland”, breve ma intensa.
E sia arriva all’apoteosi con il sax di Blevins che anticipa le prime note di Your Latest Trick tratta da “Brothers in Arms
Postcards from Paraguay (“Shangri-La”) è veloce, allegra con i ritmi sudamericani. Primeggiano i fiati e le percussioni per una storia raccontata con un filo di ironia circa un rapinatore di banca che scappa in Paraguay. La band si trova in un momento molto alto dello spettacolo.
È ora di un altro salto nel passato. Segue On Every Street (dall’omonimo ed ultimo album dei Dire Straits) e si chiude con Speedway at Nazareth (Sailing To Philadelphia”) momento in cui il pubblico si alza a si avvicina al palco.
Si grida al bis e, dopo qualche minuto, i musicisti rientrano.
L’introduzione amplificata di percussioni e tastiera non lascia dubbi circa l’inizio di Money For Nothing (da Brothers in Arms). Ed ecco entrare Mark Knopfler che esegue in tutta la sua potenza le notissime prime note. Un’interpretazione da brividi, un treno in corsa, un viaggio che vorresti non finisse mai. Si chiude il primo bis con una coda lunga fatta di percussioni e batteria ‘in guerra’ tra loro.

Accompagnandoci verso casa

Ma il concerto è praticamente finito, seppur con malinconia, si accoglie con entusiasmo Going Home (tema tratto dal film “Local Hero”), una bellissima suite strumentale che chiude il concerto nonostante la richiesta inascoltata di alcuni ragazzi che avrebbero voluto l’esecuzione di Brothers In Arms.

Non so se ci saranno altri concerti, se le nostre strade si incontreranno ancora, però la magia, la passione, la tua umanità e la tua arte sono stati un po’ un dono. Perciò, grazie per avere condiviso un pezzo della tua vita con noi.
Forse andrai veramente in pensione, ma poiché gli addii non piacciono mai, consideriamo questo un’attesa. Al prossimo concerto!

https://www.youtube.com/watch?v=Wgyc5JOdb3g

Annamaria Gnisci