La cultura come spazio di incontro, memoria e futuro: a Mendicino una giornata tra teatro, musica e arte ha unito bambini e adulti attraverso gli spettacoli dedicati a Gianni Rodari, al sogno infantile e alla figura di Artemisia Gentileschi, trasformando il borgo in un grande racconto collettivo
A Mendicino (CS), la cultura ha assunto il volto dell’incontro tra generazioni, della riflessione condivisa e della partecipazione collettiva. La giornata del 5 giugno, inserita nella rassegna promossa dalla compagnia Porta Cenere e diretta da Nat Filice e Mario Massaro, ha trasformato il borgo cosentino in un laboratorio aperto di emozioni, immaginazione e memoria.
L’iniziativa, sostenuta dalla Città di Mendicino e cofinanziata dalla Regione Calabria attraverso il progetto “La Calabria che incanta” nell’ambito del programma POC 2014-2020, ha confermato ancora una volta la forza di un festival capace di fare della cultura uno strumento concreto di aggregazione sociale.
Giunta alla diciottesima edizione, la manifestazione continua infatti a costruire connessioni tra linguaggi artistici differenti, abbattendo le distanze tra palco e pubblico, tra formazione e spettacolo, tra passato e presente. Un percorso che nella giornata del 5 giugno ha trovato una delle sue espressioni più intense.
La mattinata al Teatro Comunale di Mendicino si è aperta con Paolo Capodacqua e il suo spettacolo “Bianchi, Rossi, Gialli e Neri”, un progetto che ha intrecciato musica, poesia civile e infanzia partendo dall’eredità culturale di Gianni Rodari.
Più che un semplice concerto, quello andato in scena è stato un dialogo autentico con il pubblico più giovane, chiamato a confrontarsi con temi complessi attraverso la leggerezza e la fantasia. Una scelta artistica che ha conquistato grandi e piccoli.
«Ho trovato proprio il pubblico ideale che ha saputo ascoltare nella prima parte senza intervenire e poi accompagnarmi nel modo più adeguato in tutto il resto del concerto», ha raccontato Paolo Capodacqua al termine dell’esibizione.
Il cantautore ha poi sottolineato il legame profondo con l’opera di Rodari, figura centrale nel suo percorso creativo.
«Rodari per me è stato una guida. Mi ha insegnato che si potevano scrivere canzoni per bambini senza rinunciare alla qualità, alla leggerezza intesa nel senso più alto del termine e all’intelligenza compositiva», ha spiegato l’artista.
Nel racconto musicale di Capodacqua, il sogno diventa così uno strumento educativo e umano, capace di unire età diverse e stimolare uno sguardo più consapevole sul presente.
«Per me è uno spettacolo che va dai sette agli ottant’anni e anche oltre», ha aggiunto il cantautore, soffermandosi anche sul valore simbolico del brano “La bambina che sapeva volare”.
«È un brano che mi tocca profondamente. Racconta di una bambina che fugge da un paese in fiamme. Oggi potrebbe essere la storia di tanti bambini che vivono la guerra».
Nel pomeriggio il viaggio è proseguito con “Le avventure di un pulcino nel cosmo”, produzione di Officine Jonike Arti su testo di Maria Milasi e interpretata da Kristina Mravcova.
Uno spettacolo costruito attorno all’immaginazione infantile e alla capacità dei più piccoli di trasformare l’impossibile in possibilità concreta. Sul palco, il racconto di un pulcino proveniente dallo spazio è diventato metafora di crescita, scoperta e desiderio di futuro.
«I bambini sono stati meravigliosi. Attenti, partecipi, curiosi. Un pubblico straordinario», ha raccontato Kristina Mravcova.
L’attrice ha poi spiegato il significato più profondo dello spettacolo.
«Questo spettacolo vuole ricordare ai bambini di non rinunciare mai ai loro sogni. Il cosmo è importante perché li aiuta a immaginare ciò che ancora non esiste».
La serata si è invece spostata all’Anfiteatro Catalano, dove il tono della manifestazione è diventato più intenso e introspettivo con il monologo “Non fui gentile, fui Gentileschi”, interpretato da Debora Caprioglio e dedicato alla figura di Artemisia Gentileschi.
Lo spettacolo, scritto da Roberto D’Alessandro e Federico Valdi, ha riportato al centro della scena la vita della pittrice seicentesca, simbolo di emancipazione femminile e resistenza in un mondo dominato dagli uomini.
«È importante raccontare prima di tutto la donna Artemisia», ha spiegato Debora Caprioglio. «Una donna che ha dovuto combattere in un mondo dominato dagli uomini e che è riuscita a conquistare uno spazio che sembrava precluso».
Attraverso il racconto teatrale, Artemisia emerge non solo come artista straordinaria ma anche come figura profondamente contemporanea, ancora capace di parlare al presente.
«Ha riversato nei suoi quadri il dolore, la rabbia, la forza e il desiderio di riscatto. Ha messo tutta se stessa nella sua arte», ha sottolineato l’attrice.
Il collegamento con l’attualità è stato inevitabile.
«Purtroppo Artemisia continua a parlarci perché la violenza contro le donne continua a essere una realtà quotidiana».
A chiudere la lunga giornata culturale è stato il video mapping “Raccontare il borgo con la luce” firmato da Gianpaolo Palumbo, che ha trasformato il centro storico in una superficie narrativa fatta di immagini, luci e memoria visiva. Le architetture del borgo si sono animate in un dialogo continuo tra passato e contemporaneità, restituendo al pubblico una nuova percezione dello spazio urbano.
La rassegna proseguirà il 12 giugno con il trekking urbano “Tra cielo e pietra”, seguito dallo spettacolo di Pippo Franco “Il grande viaggio: il suono e la parola” e da una serata dedicata all’osservazione astronomica.
Il 13 giugno, invece, il programma si sposterà sul Monte Cocuzzo, dove natura, teatro e contemplazione del cielo concluderanno un percorso artistico che continua a fare della cultura uno strumento di incontro, crescita e partecipazione condivisa.


















