«Riportiamo il metal a Catanzaro»: il viaggio solista di Cardaemort

Francesco Bronti - Cardaemort
Francesco Bronti - Cardaemort

La realtà metal in Calabria è di nicchia ma pulsa; Francesco Bronti e il suo progetto Cardaemort provano a rimettere in moto una tradizione che un tempo viveva nelle band locali

CATANZARO – C’è chi pensa al metal come a un fenomeno fatto di grandi festival, maglie nere e platee oceaniche. Qui, in Calabria, la verità è diversa e più bella nella sua fatica: il metal è una scena piccola, di nicchia, raramente sotto i riflettori, ma capace di palpitare con una forza sotterranea che resiste agli anni.
È in questo spazio che si muove Francesco Bronti e il suo progetto solista Cardaemort, una one-man band che suona, con i suoi live members, progressive melodic death con venature black, gothic e dark ambient e che porta con sé una volontà dichiarata: «riportiamo il metal a Catanzaro».

La parabola di Francesco è quella di tanti musicisti del Sud: cresciuto a cavallo di territori e memorie — nato in Liguria, formato artisticamente in Calabria — ha trovato nella musica il linguaggio per tradurre inquietudini e paesaggi. Cardaemort non è solo nome e suono, è un personaggio: lo spirito che osserva case abbandonate, vecchi ruderi e il lento ritorno della natura. Il concept — e il nome, ispirato alla leggenda locale di Gina Cardamone — testimonia l’intreccio tra identità territoriale e immaginario estremo.

Nel 2024 è uscito “The Whispering House”, il primo album che ha messo in forma la vision di Cardaemort: atmosfere cupe, esplosioni melodiche e passaggi ambient che somigliano a corridoi di una casa che ancora respirano storie. Non è musica fatta per il mainstream; è un invito a scendere, ascoltare e restare.

La scena metal calabrese oggi è piccola per scelta e per costrizione: negli ultimi decenni molte band locali di nicchia hanno provato a emergere, alcune hanno lasciato memoria nelle generazioni dei loro figli; molte altre si sono sciolte con lo smontare di un palco o per la mancanza di spazi e possibilità. Oggi rimangono band, musicisti e una rete informale: sale prove improvvisate, studi casalinghi, piccoli locali che aprono per una serata; un mondo che sopravvive grazie alla passione pura.

Questa fragilità, però, non è rassegnazione: è slancio. «Riportiamo il metal a Catanzaro» non è uno slogan in vetrina, ma una missione quotidiana: fare rete tra musicisti, cercare date, creare occasioni, provare fino a consumare corde e inchiostro. I concerti sono spesso piccoli, ma carichi di intensità. È lì che il metal vive davvero: nell’incontro, nella comunità che si costruisce pezzo dopo pezzo.

Cardaemort incarna questa doppia anima: da un lato la cura artigianale del suono — arrangiamenti pensati, mix che cercano la profondità — dall’altro l’urgenza di far sentire la propria voce in una regione che fatica a offrire opportunità.
Se vuoi raccontare Catanzaro e la Calabria dal basso, il metal è un’angolazione perfetta: non la cartolina turistica, ma il laboratorio notturno. In questo racconto ci sono i limiti — la scarsità di locali, la dispersione dei musicisti, la mancanza di sostegni — e le risorse invisibili: la passione, la storia orale delle band di un tempo, la creatività che sa adattarsi. C’è la sensazione che, con poco, si possa fare molto: bastano persone disposte a costruire un circuito, a promuovere serate tematiche, a mettere a disposizione una sala prova.

Per Francesco e per Cardaemort, la sfida è pratica e simbolica: riportare il metal a Catanzaro significa scalfire i preconcetti che da sempre accompagnano questo genere, spesso etichettato come “rumore” o come semplice eccesso. Anche nella sua veste più estrema, il metal può diventare racconto, cura, memoria del territorio. Può essere una forma di bellezza spigolosa, ma onesta, capace di dare voce a chi non si riconosce nei gusti imposti dal mercato.
È un lavoro che chiede tempo, pazienza e amici che ti sostengono senza riserve, pronti a riportare la fiamma del metal dove sembrava essersi spenta.