La liberazione di Alberto Trentini: chi ha davvero il merito?

Carro dei vincitori
Carro dei vincitori

Tra dichiarazioni ufficiali e realtà dei fatti, la libertà dei nostri connazionali è arrivata più per circostanze internazionali che per la diplomazia italiana. Famiglia, avvocati, società civile e un cambio di scenario mondiale: ecco chi ha davvero spostato le pedine.

L’EDITORIALE – La liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò è stata accolta come un successo, con l’immediata rivendicazione del governo italiano. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di “grande lavoro della nostra diplomazia” e di “successo del governo”. La premier Meloni ha espresso soddisfazione con toni non lontani dalla celebrazione.

Il punto è comprendere quale cambiamento. E soprattutto chi l’ha prodotto.

La liberazione arriva dopo un evento che ha ribaltato in poche ore la scena latinoamericana: la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi, il trasferimento a New York, le accuse di narcotraffico e terrorismo, la convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la denuncia del segretario generale Guterres per violazione del diritto internazionale. Un fatto che ha spaccato la comunità internazionale tra favorevoli all’intervento e Paesi che lo considerano un precedente pericoloso.

Contestualmente, Trump ha messo sul tavolo un piano industriale per il rilancio del settore energetico venezuelano sotto guida statunitense, interesse tutt’altro che secondario in un mondo che ha fame di energia per alimentare l’intelligenza artificiale. È in questo quadro che Caracas ha iniziato a compiere mosse unilaterali sui detenuti politici e sui casi aperti con Paesi esteri.

Senza questo terremoto geopolitico e senza la caduta del principale attore del regime venezuelano, la liberazione di Trentini e Burlò non sarebbe avvenuta. Non è detto che sarebbe avvenuta. Probabilmente no.

Questo non toglie nulla al lavoro diplomatico italiano, che ha certamente agito nei giorni successivi e ha saputo capitalizzare la finestra di opportunità creata altrove. Ma è fondamentale distinguere tra tramite e causa. Il governo ha esercitato il primo. La seconda è stata determinata da Washington e dal riassetto improvviso degli equilibri sudamericani.

La narrazione ufficiale tende invece a ricondurre l’intera vicenda a una capacità negoziale nazionale che, nei fatti, non aveva prodotto risultati concreti nei mesi precedenti. Per oltre un anno la famiglia di Trentini ha portato avanti una battaglia silenziosa e tenace. L’avvocata Alessandra Ballerini ha costruito dossier, pressioni e strategie legali. La società civile ha mantenuto il caso in vita quando avrebbe potuto sprofondare nell’indifferenza. I media hanno continuato a raccontare ciò che altri hanno preferito non vedere.

Il merito è dunque distribuito. E soprattutto non coincide con l’immagine che oggi si cerca di costruire a uso interno. La politica arriva spesso al fotofinish e rivendica la vittoria quando la partita l’hanno giocata altri.

La domanda finale è semplice e riguarda la responsabilità della narrazione: di chi è davvero il merito? Di chi ha spostato gli equilibri globali o di chi si è posizionato sulla scia di quel cambiamento? Della società civile o della propaganda? Della pressione invisibile o del comunicato ufficiale?

Il ritorno di Trentini e Burlò è una buona notizia. Ma la verità non si misura dalle dichiarazioni. Si misura dai fatti. E i fatti dicono che senza il crollo del quadro politico venezuelano, oggi forse staremmo ancora parlando di trattative, non di libertà.