Trump a mani vuote, Putin più forte: il bilancio amaro di Anchorage

Trump and Putin, handshake, Anchorage, Alaska (AI-generated image)
Trump and Putin, handshake, Anchorage, Alaska (AI-generated image)

Vertice Trump-Putin: lo “zar” rafforzato, tappeto rosso e nessun passo indietro

L’EDITORIALE – Il vertice di Anchorage tra Donald Trump e Vladimir Putin, presentato come un momento storico capace di aprire spiragli di pace, si è rivelato – almeno a giudicare dalle conseguenze immediate – un’occasione mancata. Non solo non c’è stato alcun cessate il fuoco, promessa sbandierata da Trump fin dall’inizio del suo mandato il 20 gennaio, ma l’impressione che resta è che lo “zar” Putin ne sia uscito rafforzato, mentre l’Ucraina ancora una volta si ritrova a subire l’aggressione.

Gli ucraini lo hanno detto senza mezzi termini: “Disgustoso, vergognoso e inutile”. E come dar loro torto? Vedere Putin camminare sul tappeto rosso, accolto quasi come un capo di Stato vittorioso, anche in me ha suscitato disgusto e vergogna. Mi sono sentito vicino al popolo ucraino che, in quelle immagini, ha visto l’umiliazione di chi combatte per la propria libertà.

La vittoria simbolica di Putin
Per il Cremlino, il summit non è stato inutile: al contrario, è stato un successo di immagine. Putin ha ottenuto visibilità, legittimità, e la possibilità di mostrarsi come interlocutore imprescindibile sulla scena mondiale. Trump, con la sua strategia di voler stupire, ha finito col concedere al leader russo un palcoscenico globale senza pretendere nulla in cambio di concreto.

Il messaggio che rischia di passare è terribile: che l’aggressione e l’arroganza vengano premiate. Che chi bombarda, invade e viola il diritto internazionale possa sedersi allo stesso tavolo con il sorriso sulle labbra, senza nemmeno arretrare di un passo.

Parole, parole, parole
Abbiamo avuto da Trump solo dichiarazioni ottimistiche, di promesse di progressi e aperture. Ma, alla fine, cosa resta? Nessun cessate il fuoco, nessuna garanzia di pace, nessun chiarimento sulle ipotesi di scambio territoriale o sulle condizioni per un possibile vertice tra Putin e Zelensky. Solo tante belle parole.

Un uomo sotto accusa
Non dimentichiamo che su Putin pende un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, legati alla deportazione di bambini ucraini in Russia. Non dimentichiamo le accuse di autoritarismo, le violazioni dei diritti umani, la repressione dell’opposizione, gli omicidi sospetti, la morsa su libertà e informazione. È a questo uomo che il mondo ha concesso il tappeto rosso.

Il peso della responsabilità politica
Trump avrebbe potuto imprimere una svolta. Avrebbe potuto esigere subito un cessate il fuoco, mettere l’Ucraina al centro della discussione, riportare la pace al cuore dell’agenda internazionale. Invece ha scelto la spettacolarizzazione, i riflettori, la diplomazia delle immagini più che dei fatti.

La posta in gioco non era l’ego dei leader, ma il futuro di un’Europa che continua a tremare sotto il fuoco delle armi. Eppure, ancora una volta, abbiamo assistito a un vertice che ha dato più spazio alla scena che alla sostanza.

E adesso tocca all’Europa
Il giorno dopo Anchorage, resta un senso di vuoto. Putin esce più forte, Trump non porta a casa il risultato che aveva promesso e l’Ucraina si prepara a subire nuovi attacchi, forse più feroci di prima. È difficile non condividere la rabbia degli ucraini, difficile non sentirsi offesi da un summit che ha premiato chi ha scelto la guerra e lasciato nell’ombra chi chiede solo pace e giustizia.

Se Washington e Mosca hanno scelto di fare scena più che sostanza, allora la responsabilità ricade sull’Europa. Tocca a noi – a Bruxelles, a Roma, a tutte le capitali – dimostrare che la pace non è una parola vuota, che i diritti dei popoli non si barattano con la diplomazia dei sorrisi.

L’Italia non può restare spettatrice. Da qui, dal nostro Sud spesso dimenticato ma sempre sensibile ai drammi della storia, vogliamo dire con forza che non accetteremo un mondo dove l’arroganza e la violenza siano premiate. L’Europa deve farsi garante della giustizia, della sicurezza e della libertà.

Perché se il vertice in Alaska ci lascia un’eredità amara, è proprio da questo fallimento che deve nascere una risposta più forte: un’Europa unita, capace di alzare la voce e di difendere i valori che ci tengono insieme.

ARTICOLO DISPONIBILE ANCHE IN LINGUA INGLESE: Trump empty-handed, Putin stronger: the bitter outcome of Anchorage