Il bollo non si paga più. Il regalo che piace a tutti. E la domanda che resta: chi paga davvero quei 2,3 miliardi?
Ci sono notizie che fanno piacere appena le leggi. Questa è una di quelle: dal 2027, per milioni di automobilisti italiani, il bollo auto non si pagherà più.
In Calabria la platea potenziale è enorme: oltre 800 mila persone, secondo i dati diffusi dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Per chi ogni anno si trova davanti quella tassa da pagare, la notizia è semplice: una spesa in meno.
Eppure, proprio davanti alle notizie che fanno piacere, viene spontaneo fare una domanda in più: se il cittadino non paga, chi paga?
Perché il bollo non evapora insieme alla ricevuta. È un’entrata che alimenta i bilanci regionali e il decreto appena pubblicato prevede un trasferimento complessivo di 2 miliardi e 293,5 milioni di euro nel 2027 per compensare alle Regioni il mancato gettito.
Il meccanismo, dunque, è semplice: l’automobilista smette di pagare direttamente e lo Stato trasferisce alle Regioni le risorse che vengono a mancare. Ma allora la domanda diventa inevitabile: da dove arrivano quei soldi?
Una parte consistente della risposta sta nel PNRR. Il testo definitivo prevede infatti l’utilizzo di 1,698 miliardi di euro di economie accertate sulle risorse del Piano, mentre il resto della copertura arriva attraverso rimodulazioni di stanziamenti di diversi ministeri.
Ed è qui che bisogna fare attenzione alle parole. Dire che il bollo viene finanziato con risorse del PNRR non significa automaticamente dire che siano stati sottratti soldi a un’opera già finanziata, a un ospedale o a un’infrastruttura. Si parla di economie, cioè di risorse che il Governo considera non utilizzate.
Ma proprio questa parola apre la questione più interessante.
Quali sono queste economie? Da quali interventi arrivano? Perché quelle risorse non sono state utilizzate? Erano destinate a rimanere inutilizzate oppure avrebbero potuto finanziare altri interventi?
Non è una distinzione da poco. Perché sapere che una risorsa è stata risparmiata non dice ancora che cosa avremmo potuto farne.
E oggi c’è anche un altro elemento da considerare: la Commissione europea ha fatto sapere che valuterà la misura, ricordando che il PNRR è uno strumento basato sul raggiungimento di risultati.
Non è una bocciatura e non significa che Bruxelles abbia contestato la misura. Ma è un passaggio che rende ancora più interessante capire nel dettaglio quali risorse vengono utilizzate e con quale motivazione.
Poi c’è il futuro.
La misura riguarda, nella formulazione attuale, il 2027. Ma dal Governo è arrivata l’intenzione di renderla strutturale. E allora il problema cambia: trovare 2,3 miliardi una volta è una cosa, trovarli ogni anno è un’altra.
Se il bollo dovesse essere cancellato stabilmente, chi finanzierà il mancato gettito dal 2028 in poi? Altre economie? Altri tagli? Maggiori entrate? Maggiore deficit?
È qui che una misura apparentemente semplice diventa una questione di politica economica.
E inevitabilmente anche politica.
Una misura che riguarda milioni di automobilisti e produce un beneficio immediatamente visibile può essere letta anche come una scelta di consenso. È una “manovra elettorale”? Non spetta a noi stabilirlo. È però una lettura già entrata nel dibattito politico, con accuse di “demagogia elettorale” e, dall’altra parte, la rivendicazione del Governo di aver scelto una riduzione della pressione fiscale.
La domanda, allora, è legittima: siamo davanti a una scelta strutturale di politica fiscale o a una misura pensata anche per produrre consenso?
A questa domanda non servono slogan. Servono i numeri.
Reddito di cittadinanza: una lezione che dovrebbe farci riflettere
Ed è qui che viene naturale ricordare il Reddito di cittadinanza.
Non sono la stessa cosa, e sarebbe sbagliato metterle sullo stesso piano: il Reddito era una misura di sostegno al reddito, mentre l’abolizione del bollo è una riduzione della pressione fiscale. Ma entrambe pongono una domanda simile: quanto costa una misura popolare e quanto è sostenibile nel tempo?
Il Reddito di cittadinanza, introdotto nel 2019 e rimasto in vigore fino al 2023, ha comportato una spesa pubblica impegnata superiore ai 34 miliardi di euro tra Reddito e Pensione di cittadinanza. Secondo la relazione del Comitato scientifico del Ministero del Lavoro, circa 2,4 milioni di nuclei familiari hanno percepito almeno una mensilità.
Quel dato, da solo, non significa che il Reddito di cittadinanza abbia “lasciato un buco” nei conti dello Stato. Sarebbe una semplificazione. La stessa relazione, però, rileva che il rapporto tra la spesa impegnata e i risultati ottenuti in termini di riduzione della povertà e di efficacia delle politiche attive non è stato soddisfacente.
La lezione, allora, non riguarda tanto il confronto tra due misure completamente diverse. Riguarda la sostenibilità delle politiche pubbliche: una misura può essere popolare, produrre un beneficio concreto e avere comunque bisogno, nel tempo, di una copertura solida e verificabile.
Ed è la domanda che torna anche oggi.
Perché se domani una famiglia calabrese risparmierà cento o duecento euro di bollo, il beneficio sarà reale. Ma saranno reali anche i 2,3 miliardi che lo Stato dovrà trasferire alle Regioni.
Per questo il punto non è essere favorevoli o contrari all’abolizione del bollo. È capire come viene finanziata e cosa comporta nel tempo.
Da dove arrivano i soldi? Dove sarebbero dovuti andare? Quali spese vengono rimodulate? Quali economie sono realmente tali? E soprattutto: chi finanzierà questa misura quando le economie del PNRR non saranno più disponibili?
Sono domande semplici, ma decisive.
Perché il bollo può anche sparire dal nostro cassetto delle spese.
Il conto pubblico, però, resta.
La questione è soltanto capire da quale tasca uscirà e cosa avremmo potuto farci con quei soldi.


















