La riflessione domenicale del presidente della Cec, Mons Vincenzo Bertolone

MONS. BERTOLONE
Mons. Bertolone Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace

Mons. Bertolone: «Tra le macerie, la speranza»

«Il volto del prossimo mi significa una responsabilità irrecusabile, precedente ogni libero assenso, ogni patto, ogni contratto».Non c’è spazio, ai giorni nostri, per l’insegnamento di Emmanuel Lévinas. Non è tempo, forse, ammesso che mai lo sia stato, di considerare l’altro un soggetto dotato di assoluta dignità e diritti inalienabili. Non è luogo, l’Italia d’oggi, per riconoscere il dovuto rilievo alla responsabilità ed al senso di essa. Le cronache sconfortanti che imperversano nel Paese in giorni in cui i morti continuano a contarsi ancora a centinaia ed il contagio si espande, sfibrando famiglie ed imprenditori e tenendo chiuse perfino scuole e musei, ne sono la testimonianza, drammatica. Come polvere diffusa, su tutto si posa la patina della superficialità, della banalità, della stupidità. All’indomani della seconda guerra mondiale le macerie erano soprattutto materiali, intrise del sangue degli innocenti e dei caduti sui fronti di battaglia. Adesso ad essere travolti sono la buona educazione, le relazioni, il pensiero. La politica, che dovrebbe essere socialità e voglia di stare insieme, come compagni di vita, è diventata strumento di separazione spirituale, quasi fonte di paura del prossimo. E quando si sceglie di rinchiudersi in questa o quella fortezza, a prescindere dai suoi colori distintivi, l’effetto è unico e sempre uguale: l’egoismo. Vincono e prevalgono gli istinti e le parole veloci ma vuote, tanto che, per dirla con il sociologo canadese Charles Taylor, «se oggi arrivasse Cristo in piazza e cominciasse ad annunciare la sua Parola – che era fuoco vero – cosa accadrebbe? Al massimo gli chiederebbero i documenti».Essenziale come non mai, allora è ritornare ad avere il coraggio dei grandi valori di cui è piena la nostra storia; ricerca della bellezza autentica; grande senso del dovere, il culto della responsabilità sociale e culturale madre della capacità di abbandonare i piccoli orizzonti e fare grandi cose,  osando l’utopia. Dialogo, amore, solidarietà: questo serve. Il primo è da intendere come ragionamento e, ancor più, quale confronto con l’altro, che può aiutare ad interiorizzare lo spirito dell’essere e dell’esistere. Dal canto suo l’amore, quello profondo, aiuta a donarsi genuinamente. E poi, la solidarietà, indice di serietà, di fatica, di vivere nella profondità di rapporti interpersonali. Molti, forse i più numerosi si ritraggono, di fronte a questa prospettiva, spaventati dalla brutalità, dall’impegno, dall’attenzione alla quale ti obbliga, ma agli uomini ed alle donne non è dato apprendere per osmosi, bensì  è richiesto l’esercizio dell’impegno, attraverso il quale la fatica degli orizzonti diventa realtà spontanea e creativa.C’è una rivoluzione da attuare, senza armi né violenza, per costruire un mondo nuovo, di cui coscienza e critica siano elementi basilari. «Occorre credo una catarsi, una specie di rogo purificatorio del vaniloquio cui ci siamo abbandonati e del quale ci siamo compiaciuti», scriveva Mario Luzi. E aggiungeva, in una delle sue poesie più belle, che vale più di mille discorsi: «Il bulbo della speranza che ora è occultato sotto il suolo ingombro di macerie non muoia, in attesa di fiorire alla prima primavera».