Non è solo una questione di orecchie: l’udito parla al cervello

Dott. Lorenzo Festicini, Audioprotesista e Specialista dell’Udito
Dott. Lorenzo Festicini, Audioprotesista e Specialista dell’Udito

L’esperto risponde: “Da quando sento peggio mi sembra di fare più fatica a concentrarmi. Può esserci un legame?”

Domanda di Maria L., 67 anni, San Marco Argentano (CS)
Risponde il Dott. Lorenzo Festicini, Audioprotesista e Specialista dell’Udito

“Negli ultimi tempi mi accorgo che, quando sono in ambienti rumorosi o ci sono più persone che parlano insieme, faccio una gran fatica a seguire i discorsi. Alla fine della giornata mi sento stanca e mi sembra di non ricordare bene quello che ho sentito. Può essere che la mia difficoltà di udito stia affaticando anche il cervello?”
(Maria L., 67 anni, San Marco Argentano (CS)

Abbiamo girato la domanda al Dott. Lorenzo Festicini, audioprotesista e specialista dell’udito, che ci spiega come l’udito e il cervello siano molto più collegati di quanto si pensi.

Perché l’udito riguarda il cervello

Nella pratica quotidiana vedo quanto l’udito sia parte integrante della salute cerebrale. La perdita uditiva non trattata aumenta il carico cognitivo, riduce la qualità delle interazioni sociali e, nel tempo, può favorire un declino delle funzioni mentali superiori.
Non è un semplice problema di volume, ma di qualità del segnale che raggiunge il cervello e di sforzo cognitivo necessario per decodificarlo.

Come si crea la connessione tra sordità e declino cognitivo

Quando sentiamo male, il cervello deve lavorare di più per colmare i vuoti del linguaggio. Le risorse mentali che normalmente useremmo per memoria, attenzione e ragionamento vengono dirottate sulla comprensione del parlato.
A questo si aggiunge la tendenza a evitare situazioni comunicative impegnative, con conseguente isolamento sociale, uno dei fattori di rischio più noti per il declino cognitivo.
Con il tempo, alcune aree uditive e associative possono ridurre la loro efficienza per mancanza di stimolazione adeguata.

Cosa osserviamo in ambulatorio

Molti pazienti riferiscono di cavarsela in ambienti silenziosi ma di faticare appena c’è rumore di fondo.
Altri notano di ricordare meno i dettagli di una conversazione pur avendola seguita.
Spesso sono i familiari a notare maggiore irritabilità, stanchezza a fine giornata o tendenza a isolarsi.
Questi segnali meritano attenzione: raccontano di uno sforzo cognitivo cronico che non va normalizzato.

Cosa dice la letteratura

Gli studi longitudinali dimostrano che la perdita uditiva — soprattutto di grado medio o severo e non trattata — è associata a un aumento del rischio di declino cognitivo e demenza nel lungo periodo.
La buona notizia è che l’identificazione precoce e l’uso di soluzioni uditive adeguate si correlano a migliori esiti cognitivi e funzionali.
Non parliamo di una bacchetta magica, ma di una strategia di protezione cerebrale efficace.

La diagnosi corretta è il primo intervento

Il percorso inizia sempre da un’accurata valutazione audiologica: esame audiometrico completo, analisi della comprensione del parlato nel rumore e raccolta anamnestica dettagliata.
Solo così è possibile proporre un intervento personalizzato e sostenibile nel tempo.

Trattare l’udito per alleggerire il carico cognitivo

L’obiettivo dell’apparecchio acustico non è solo “sentire più forte”, ma restituire al cervello un segnale pulito e stabile.
Un fitting preciso e calibrato riduce lo sforzo di ascolto, permettendo al cervello di dedicare più risorse a memoria e attenzione.
In alcuni casi si può integrare con terapie mediche otorinolaringoiatriche o training di riabilitazione uditivo-cognitiva.

Stile di vita che sostiene cervello e udito

Le buone abitudini contano: attività fisica regolare, controllo di pressione e glicemia, sonno adeguato, alimentazione ricca di antiossidanti e omega 3, stimolazione mentale e una vita sociale attiva.
Anche evitare l’esposizione prolungata a rumori intensi e usare protezioni acustiche quando serve è fondamentale.

Falsi miti da superare

  • L’apparecchio serve solo quando si è sordi. Intervenire presto aiuta a prevenire compensazioni cognitive.
  • Basta alzare il volume. Il problema non è la potenza del suono, ma la chiarezza e la direzionalità.
  • Quando l’udito cala non c’è nulla da fare. Oggi esistono soluzioni efficaci, discrete e personalizzabili, integrabili con smartphone e sistemi di ascolto.

Il messaggio finale dell’esperto

La prevenzione uditiva è prevenzione cognitiva.
Se notate fatica nell’ascoltare, difficoltà nel rumore o una tendenza a evitare conversazioni, fissate una valutazione: prima interveniamo, più preserviamo il cervello e la qualità della vita.
Prendersi cura dell’udito non è un vezzo tecnologico, ma una scelta di salute cerebrale di lungo periodo.

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