Operazione Jonny: “Le dinamiche delittuose della cosca Arena” (VIDEO)

Le indagini delle Squadre Mobili di Catanzaro e Crotone hanno ricostruito il sistema di controllo del territorio esercitato dalla cosca Arena tra il Crotonese e la fascia ionica catanzarese, fondato soprattutto sul racket delle estorsioni ai danni di imprese e attività commerciali.

Secondo gli investigatori, il clan avrebbe consolidato la propria egemonia dopo anni di contrapposizione con le cosche Nicoscia e Grande Aracri, fino a raggiungere una sorta di “pax mafiosa” che avrebbe ridefinito gli equilibri criminali nell’area e rafforzato il dominio dell’organizzazione sul territorio.

Tra i destinatari dei provvedimenti figurano anche esponenti delle cosche Catarisano di Roccelletta di Borgia e Bruno di Vallefiorita, Amaroni e Squillace, ritenute dagli investigatori articolazioni dell’orbita criminale facente capo agli Arena.

Durante la detenzione dei vertici storici del clan di Isola Capo Rizzuto, la reggenza operativa sarebbe stata affidata a Paolo Lentini, detto “Pistola”, indicato dagli inquirenti come il coordinatore delle attività del gruppo tra le province di Crotone e Catanzaro.

Le indagini hanno inoltre ricostruito l’esistenza di una struttura incaricata della gestione del racket nel Catanzarese, guidata da referenti locali della cosca e supportata da Santino Mirarchi, arrestato nel 2016 e oggi collaboratore di giustizia.

Il sistema estorsivo si sarebbe articolato su un doppio binario: da un lato le richieste rivolte alle grandi imprese, comprese quelle impegnate in opere pubbliche, dall’altro il pagamento di quote periodiche imposte a commercianti ed esercenti, spesso accompagnate da intimidazioni e danneggiamenti.

L’inchiesta ha inoltre fatto emergere il ruolo di un imprenditore del settore edilizio che, pur essendo vittima del racket, avrebbe svolto la funzione di intermediario nella raccolta e nella consegna delle somme estorsive ai vertici dell’organizzazione, evitando così contatti diretti tra il clan e le vittime.

LE MANI DELLA COSCA ARENA SUL BUSINESS DEI MIGRANTI

L’inchiesta ha portato al fermo di 23 persone, indagate a vario titolo per associazione mafiosa, malversazione ai danni dello Stato, truffa aggravata, ricettazione, frode nelle pubbliche forniture e reati fiscali.

Secondo gli investigatori del ROS dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, la cosca Arena avrebbe esercitato per oltre un decennio un controllo pressoché totale sulle attività economiche legate alla gestione del Cara Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, infiltrandosi negli appalti per i servizi di accoglienza, in particolare quelli relativi alla ristorazione e al catering.

Parte delle attività sarebbe stata affidata a società riconducibili agli Arena e ad altre famiglie di ‘ndrangheta, dando vita a un sistema di spartizione delle risorse pubbliche destinate ai migranti.

Tra il 2006 e il 2015, le imprese coinvolte avrebbero incassato circa 103 milioni di euro per la gestione del centro di accoglienza. Di questi, almeno 36 milioni, secondo l’accusa, sarebbero stati sottratti alle finalità previste e destinati al sostegno economico della cosca e al reinvestimento in immobili, società e altre attività riconducibili all’organizzazione criminale.

Secondo l’accusa, il denaro destinato alla cosca sarebbe transitato attraverso prelievi in contanti, false fatturazioni, forniture inesistenti e operazioni finanziarie solo apparentemente giustificate.

Al centro dell’inchiesta figura anche don Edoardo Scordio, parroco della chiesa Maria Assunta di Isola Capo Rizzuto, ritenuto dagli investigatori il gestore occulto della Confraternita della Misericordia. Il sacerdote avrebbe ricevuto somme sotto forma di prestiti, contributi e pagamenti per servizi resi al centro di accoglienza, percependo nel solo 2007 circa 132 mila euro per l’assistenza spirituale ai migranti.

Per gli inquirenti, insieme a Leonardo Sacco, avrebbe contribuito alla realizzazione del sistema che consentiva di drenare parte delle risorse pubbliche destinate all’accoglienza e convogliarle verso gli interessi della cosca Arena.

Secondo gli investigatori, i finanziamenti pubblici destinati alla gestione dell’accoglienza avrebbero contribuito anche alla fine della sanguinosa contrapposizione tra le principali cosche del Crotonese. La spartizione delle risorse legate al Cara Sant’Anna avrebbe infatti favorito una sorta di “pax mafiosa” tra i clan Arena, Dragone, Nicoscia e Grande Aracri, ponendo fine alle violenze che avevano segnato il territorio nei primi anni Duemila.

Sul fronte patrimoniale, la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha disposto sequestri per circa 70 milioni di euro, tra società, immobili, terreni, autovetture, imbarcazioni, rapporti bancari e altri beni ritenuti sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati dagli indagati.

GLI INTERESSI DELLE COSCHE NEL SETTORE DEI GIOCHI E DELLE SCOMMESSE

Le indagini della Guardia di Finanza hanno inoltre portato alla luce il controllo esercitato dalla cosca Arena sul settore delle scommesse e del gaming nel Crotonese, attraverso un accordo con esponenti di altre consorterie mafiose finalizzato alla spartizione del mercato e all’esclusione della concorrenza.

Secondo gli investigatori, il sistema avrebbe dato vita a un vero e proprio oligopolio criminale, alimentato dalla forza intimidatrice delle cosche e dai capitali successivamente reinvestiti in attività economiche e imprenditoriali.

L’inchiesta ha portato all’esecuzione di dieci fermi e al sequestro di società, immobili, veicoli, conti correnti e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di circa 12 milioni di euro.

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