Presentato il libro: “Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un papà con gli alamari” (VIDEO)

“Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il papà con gli alamari”.: una narrazione che mostra come vita pubblica e privata possano intrecciarsi fino a diventare destino collettivo

È stato presentato a Catanzaro il libro “Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il papà con gli alamari” di Simona Dalla Chiesa, opera dedicata alla figura del generale ucciso dalla mafia nel 1982. A recensirlo per Calabria Magnifica è stato Armando Vitale, presidente dell’associazione Gutenberg.

Secondo Vitale si tratta di «un libro speciale, ricchissimo, in cui la figura umana e quella istituzionale si coniugano in maniera ammirabile». L’opera, segnata da un evidente coinvolgimento emotivo, è «straripante di affetto per la figura paterna», senza rinunciare tuttavia a un importante spessore storico e civile.

Il gelo palermitano e la strategia culturale

Il punto più alto del libro, osserva Vitale, è nella ricostruzione del clima palermitano dei primi anni Ottanta, «chiuso, refrattario e preoccupato di respingere questa ingombrante figura». Con «tocchi magistrali» l’autrice racconta il gelo nella prefettura e il tentativo di isolare completamente il generale, appena nominato prefetto del capoluogo siciliano.

Ma fu proprio in quei mesi che Dalla Chiesa elaborò una intuizione destinata a lasciare traccia: una strategia di contrasto culturale fondata su un appello alla società civile e in particolare ai giovani. «Dalla Chiesa — ricorda Vitale — fu il primo uomo delle istituzioni a recarsi nelle scuole, ritenendole essenziali per un futuro capace di sprigionare energie contro la mafia».

Ne esce un ritratto potente del «generale, del prefetto», consegnato alla memoria con tratti definiti da Vitale «indimenticabili».

Il racconto di Simona: dietro la divisa, il padre

Nel libro, Simona Dalla Chiesa racconta la difficoltà e la necessità della scrittura: «tirare fuori dei ricordi che costituiscono la mia storia» non significava rievocare aneddoti tra amici, ma «sedersi da sola davanti al computer e far venire fuori quello che avevo dentro».

L’autrice spiega come l’opera sia nata dal desiderio di restituire un’immagine più completa del padre, spesso nascosta «dietro l’ufficialità della divisa». Ricorda che «le persone che danno la propria vita servendo lo Stato e poi per lo Stato» non sono soltanto simboli ma uomini con «affetti, progetti, una vita privata che s’intreccia con quella pubblica».

«Non sono eroi, sono persone perbene che hanno fatto il loro dovere» sottolinea, ricordando che avevano accanto «una famiglia, degli amici, il desiderio di continuare a vivere» e allo stesso tempo la consapevolezza di dover mettere davanti a tutto il loro impegno per il Paese.

Restituire quella dimensione «umana e privata» è stato difficile, confessa, ma può rappresentare un messaggio di normalità e allo stesso tempo «una spinta per tutti noi a fare, ciascuno nel proprio piccolo, il proprio dovere».