Autobomba Limbadi: fermati i vicini della vittima (VIDEO)

Vibo Valentia, omicidio Vinci: colpito il clan Mancuso per un terreno conteso

VIBO VALENTIA – Una tragedia che ha scosso Limbadi e l’intero Vibonese ha finalmente trovato un primo, importante sviluppo. Nella notte, i carabinieri di Vibo Valentia e del Ros hanno eseguito sei fermi su ordine della procura antimafia di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri, nell’ambito delle indagini sull’autobomba che il 9 aprile scorso ha ucciso Matteo Vinci, 42 anni, e ferito gravemente il padre Francesco, 70 anni.

Le accuse riguardano Rosaria Mancuso, matriarca del potente clan Mancuso, il genero Vito Barbara, le figlie Rosina e Lucia Di Grillo, il marito di quest’ultima Domenico Di Grillo e il fratello Salvatore Mancuso. Gli arrestati sono accusati a vario titolo di omicidio premeditato, intimidazioni e aggressioni per ottenere terreni contesi, nonché detenzione illegale di armi da fuoco.

Secondo gli investigatori, alla base dell’omicidio vi era una contesa immobiliare con il clan Mancuso. “Non si tratta di una semplice lite fra vicini”, ha spiegato Gratteri: “Quel terreno doveva essere dei Mancuso, con le buone o con le cattive”. Per anni, la famiglia Vinci ha subito minacce e aggressioni, rifiutandosi di cedere i propri terreni. L’autobomba piazzata sotto l’auto dei Vinci era un chiaro messaggio di potere mafioso per l’intera comunità di Limbadi.

Le indagini si sono avvalse di intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno rivelato la diretta responsabilità della matriarca e del genero. Nei colloqui intercettati, gli indagati mostrano preoccupazione per le indagini, confidando nella protezione della rete di omertà che ha sempre protetto il clan Mancuso.

Per la madre di Matteo, Rosaria Scarpulla, questo risultato rappresenta una parziale giustizia e un momento di serenità. “Sono stati arrestati non i presunti colpevoli, ma quelli reali”, ha dichiarato, ringraziando le autorità.

Gratteri lancia un appello alla comunità: “La popolazione non deve più sottostare al dominio mafioso. Qui qualcosa sta cambiando, e le persone devono avere il coraggio di denunciare”. L’indagine segna dunque non solo un passo avanti nella lotta contro la ‘ndrangheta, ma anche un tentativo di rompere la cappa di paura e omertà che da decenni soffoca il territorio.

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