A 35 anni è morta Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo. La sua storia, segnata dalla ribellione alla ’ndrangheta e da una vita trascorsa sotto protezione, riapre una domanda che riguarda tutti: quanto siamo capaci di sostenere davvero chi sceglie di uscire dalla violenza mafiosa?
La notizia della morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, ha riportato al centro dell’attenzione una delle vicende più dolorose della storia recente della lotta alla ’ndrangheta. Denise aveva 35 anni, la stessa età che aveva sua madre quando venne assassinata nel 2009 per aver scelto di collaborare con la giustizia.
Secondo quanto ricostruito, la donna si sarebbe lanciata da una finestra domenica, ad Ariccia, dove viveva con il compagno e il figlio. Soccorsa e trasferita all’ospedale San Camillo di Roma, è morta nei giorni successivi. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti. Sono stati disposti l’autopsia e il sequestro del cellulare, che sarà analizzato dagli investigatori.
Le indagini dovranno chiarire ogni elemento della vicenda. Ma accanto agli aspetti giudiziari, resta una storia umana che non può essere liquidata in poche righe.
Una figlia cresciuta dentro una battaglia più grande di lei
Denise non fu soltanto la figlia di una donna diventata simbolo della ribellione alle mafie. Fu anche una giovane costretta a confrontarsi con le conseguenze di quella scelta.
Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, aveva deciso di raccontare alla magistratura le dinamiche della ’ndrangheta e le faide che avevano attraversato la sua famiglia e quella dell’ex compagno, Carlo Cosco. Nel 2002 era stata inserita in un programma di protezione.
Nel 2009, dopo una serie di vicissitudini legate alla tutela, Lea venne attirata a Milano con il pretesto di discutere del futuro della figlia. Fu sequestrata e uccisa. Il suo corpo venne bruciato e distrutto nel tentativo di cancellare ogni traccia. Solo anni dopo, grazie alle dichiarazioni di un collaboratore, fu possibile ricostruire la dinamica dell’omicidio e recuperare alcuni resti.
Per Denise, quella tragedia non rappresentò soltanto la perdita della madre. Significò anche dover ricostruire la propria identità, affrontare un processo e testimoniare contro il padre, riconosciuto responsabile dell’omicidio.
«Sono un’orgogliosa testimone di giustizia», aveva dichiarato in aula. Una frase che racchiudeva una scelta difficile: non soltanto cercare verità e giustizia, ma provare a riprendersi il diritto a una vita diversa.
Denise si costituì parte civile e depose protetta da un paravento. Non chiese vendetta. Chiese che venisse raccontata la verità.
La libertà come conquista, ma anche come ferita
Negli anni successivi, Denise cercò di costruire un’esistenza lontana dal passato. Rimase sotto protezione fino al 2018, poi cambiò nome e identità, trovò un lavoro e visse in una località segreta. Aveva un compagno e un bambino, oggi di quasi quattro anni.
Eppure, la libertà che aveva inseguito non fu mai una libertà semplice.
Vivere sotto protezione significa spesso essere al sicuro, ma anche lontani dai luoghi d’origine, dagli affetti, dalle abitudini e dalla possibilità di raccontarsi senza paura. Significa ricominciare, talvolta senza poter spiegare fino in fondo chi si è e da dove si viene.
È questa la contraddizione che la storia di Denise consegna alla coscienza pubblica: chi si ribella alla mafia viene sottratto al potere dei clan, ma non sempre riesce a sottrarsi al peso delle conseguenze.
Non è una ragione per mettere in discussione i programmi di protezione o il valore della collaborazione con la giustizia. È, piuttosto, un motivo per chiedere che la protezione non sia soltanto sicurezza fisica, ma anche accompagnamento umano, psicologico e sociale.
Il ricordo di don Ciotti: «Qualcosa si è spezzato»
A ricordare Denise è stato don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, che negli anni le era stato vicino.
«Oggi è morta una giovane donna coraggiosa e sofferente», ha dichiarato. Per don Ciotti, coraggio e sofferenza hanno rappresentato i due estremi di una vita trascorsa nel tentativo di mantenere un equilibrio fragile.
«Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre», ha aggiunto.
Il sacerdote ha ricordato una donna inquieta e sensibile, ma anche profondamente desiderosa di vivere, amare e sentirsi finalmente libera. Ha invitato a non giudicare la sua storia, a non trasformarla in un simbolo astratto e a non ridurla a una vittima da compatire.
È un richiamo importante. Perché Denise non è stata soltanto “la figlia di Lea Garofalo”. È stata una persona con una propria voce, una propria sofferenza e un proprio percorso. Riconoscerne il coraggio significa anche rispettarne la complessità.
La domanda che resta: cosa accade dopo la protezione?
La morte di Denise impone una riflessione che va oltre il dolore del momento.
La lotta alle mafie non si esaurisce nelle condanne, nei processi o nella protezione garantita dallo Stato. Prosegue nella capacità di accompagnare le persone che decidono di rompere con la criminalità organizzata anche quando i riflettori si spengono.
I figli delle vittime di mafia possono trovarsi a vivere una condizione particolare: perdono gli affetti, vengono allontanati dai luoghi d’origine e sono costretti a ricostruire la propria vita dentro identità e contesti che non hanno scelto. Sono vittime di una violenza che continua a produrre conseguenze anche dopo la morte dei loro cari.
Per questo la vicenda di Denise non dovrebbe diventare soltanto una notizia da ricordare. Dovrebbe diventare un’occasione per interrogarsi sulla qualità del sostegno offerto a chi sceglie la legalità, sulla continuità dell’assistenza e sulla necessità di non lasciare sole le persone quando il percorso giudiziario è terminato.
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