Inchiesta Jonny, la parola definitiva della Cassazione: la giustizia chiude una delle pagine più oscure dell’accoglienza in Calabria
La sentenza della Corte di Cassazione segna il capitolo conclusivo di una delle vicende giudiziarie più controverse e dolorose della storia recente calabrese. Con il rigetto dei ricorsi presentati dalle difese, diventano definitive le condanne maturate nell’ambito dell’inchiesta “Jonny”, l’indagine che ha portato alla luce il presunto sfruttamento del sistema di accoglienza dei migranti da parte della criminalità organizzata.
Tra le decisioni più significative vi è la conferma della condanna a otto anni di reclusione per associazione mafiosa nei confronti dell’ex parroco di Isola Capo Rizzuto, don Edoardo Scordio, ritenuto dagli inquirenti una figura centrale nell’ingranaggio che avrebbe consentito alla cosca Arena di beneficiare delle risorse destinate ai richiedenti asilo ospitati nel Cara Sant’Anna.
Definitive anche le condanne per Pasquale Poerio, ex consigliere comunale di Isola Capo Rizzuto, condannato a due anni e sette mesi, per l’ex agente della polizia penitenziaria Francesco Cantore, che dovrà scontare dieci anni di reclusione, e per Domenico Poerio, destinatario di una pena pari a dodici anni di carcere. Per Cantore e Poerio la Suprema Corte ha confermato le condanne di primo grado, ribaltando l’assoluzione ottenuta nel primo giudizio d’appello.
Il business dell’accoglienza trasformato in fonte di profitto
L’operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e culminata nel maggio del 2017 con 68 arresti e 124 persone indagate, aveva delineato un sistema nel quale parte delle risorse pubbliche destinate ai servizi per i migranti sarebbe stata progressivamente drenata verso gli interessi economici della cosca Arena.
Secondo le ricostruzioni investigative, il meccanismo avrebbe permesso di esercitare un controllo capillare sui servizi collegati alla gestione del centro di accoglienza, in particolare attraverso il sistema dei subappalti e delle forniture alimentari.
Le cifre emerse nel corso del procedimento raccontano la dimensione economica dell’intera vicenda: tra il 2006 e il 2015 sarebbero transitati nel circuito dell’accoglienza circa 103 milioni di euro di fondi pubblici, mentre oltre 36 milioni di euro sarebbero stati sottratti alle finalità originarie per alimentare gli interessi dell’organizzazione criminale.
Il ruolo della Misericordia e il controllo dei servizi
Al centro dell’inchiesta è finita la gestione del Cara Sant’Anna, per anni considerato uno dei più grandi centri di accoglienza d’Europa. Attraverso l’ente gestore e una rete di società ritenute vicine alla consorteria mafiosa, il clan avrebbe acquisito il controllo di numerosi servizi, dalla ristorazione alle forniture necessarie alla vita quotidiana della struttura.
L’accusa ha sostenuto che il sistema fosse costruito per garantire l’affidamento degli incarichi a imprese riconducibili all’ambiente criminale, aggirando controlli e interdittive antimafia e trasformando l’accoglienza in una fonte stabile di ricavi illeciti.
In questo contesto la figura di Leonardo Sacco, già governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto e vice della struttura nazionale, è stata indicata dagli investigatori come uno dei principali punti di raccordo tra la gestione amministrativa e gli interessi della cosca. La sua posizione processuale segue il percorso del rito abbreviato.
Una ferita istituzionale e morale
La vicenda giudiziaria va oltre il semplice rilievo penale. Le sentenze definitive certificano infatti l’esistenza di un sistema capace di trasformare un servizio fondato sulla solidarietà in uno strumento di arricchimento illecito.
Le risorse destinate a garantire assistenza, dignità e protezione a persone vulnerabili sarebbero finite per sostenere circuiti criminali e rafforzare il potere economico della ‘ndrangheta.
È questo l’aspetto che rende l’inchiesta Jonny una delle pagine più amare della cronaca giudiziaria calabrese: il coinvolgimento di figure che, per ruolo istituzionale o morale, avrebbero dovuto rappresentare un presidio di legalità e vicinanza ai più deboli.
La conclusione del lungo iter processuale non può rappresentare soltanto il punto finale di una vicenda giudiziaria. La portata dei fatti emersi impone una riflessione più ampia sulla gestione delle risorse pubbliche, sulla trasparenza negli affidamenti e sulla necessità di rafforzare gli strumenti di prevenzione antimafia.
Ogni euro sottratto all’accoglienza non costituisce esclusivamente un danno economico per lo Stato, ma una lesione alla fiducia dei cittadini e ai diritti delle persone più fragili.
Le sentenze individuano responsabilità individuali e chiudono un capitolo giudiziario complesso, ma il compito delle istituzioni rimane quello di impedire che simili meccanismi possano riprodursi in futuro.
Perché la legalità non si misura soltanto nella severità delle condanne, ma soprattutto nella capacità di uno Stato di proteggere i settori più esposti dalle infiltrazioni criminali e di garantire che solidarietà e accoglienza non diventino mai terreno di conquista per il malaffare.
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