Si è spento a 78 anni Swami Atmananda, da oltre quarant’anni custode di un piccolo rifugio tra i monti di Cerva, in provincia di Catanzaro. Dalla ribellione del Sessantotto ai viaggi in Asia, fino alla pace cercata nel silenzio: la storia di un uomo che aveva imparato a vivere con poco e a guardare dentro gli altri
Ci sono persone che attraversano il mondo cercando un posto in cui sentirsi a casa. E poi ci sono quelle che, dopo averlo attraversato in lungo e in largo, scelgono di fermarsi dove il rumore si dirada, le parole diventano superflue e il tempo sembra perdere i propri confini. Piero Bucciotti, conosciuto come Swami Atmananda, aveva trovato quel luogo tra le montagne di Cerva, in provincia di Catanzaro, nella Presila catanzarese. È lì che ha trascorso gran parte della sua vita, in una dimora essenziale, senza acqua corrente né elettricità, ed è lì che ha voluto tornare quando la malattia ha cominciato a consumare le sue ultime forze. È morto il 23 ottobre 2026, a 78 anni, dopo settimane di sofferenza dovute a un tumore incurabile.
Aveva scelto di non affrontare le cure e di restare nel luogo che sentiva suo, aspettando la fine nel silenzio delle montagne. Una decisione estrema, coerente con un’esistenza che per decenni si era sottratta alle abitudini e alle sicurezze del mondo contemporaneo. La sua casetta, immersa nella natura tra Cerva e Andali, era diventata molto più di un riparo: era il centro di una ricerca interiore che aveva trasformato ogni gesto quotidiano in un modo di stare al mondo.
A chi gli domandava come si vivesse lassù, Piero rispondeva talvolta con poche parole, altre volte con un sorriso e le braccia aperte. Di sé diceva: «Qui mi inondo di solitudine». Non era la solitudine di chi ha smesso di amare gli altri, ma quella di chi cercava, attraverso il distacco, una forma più profonda di vicinanza a tutto ciò che esiste. Provava compassione per ogni essere vivente, convinto che nessuno fosse davvero separato dal resto dell’universo.
Prima della Calabria, però, c’era stato un uomo inquieto, attraversato dalle domande e dal desiderio di cambiare il mondo. Nato a Orvieto nel 1948, Bucciotti aveva vissuto da giovane la stagione delle contestazioni e partecipato al movimento del Sessantotto, arrivando fino alle barricate di Parigi. In quegli anni si era confrontato anche con le idee della rivoluzione e con l’ipotesi della violenza, prima di maturare una profonda revisione delle proprie convinzioni.
Tra gli incontri che segnarono il suo percorso ci fu quello con don Lorenzo Milani. Piero avrebbe raccontato che quel confronto gli aveva tolto «la maschera del rivoluzionario», mettendo in discussione le certezze ideologiche con cui aveva cercato fino ad allora di interpretare la realtà. Al lavoro da tipografo e alla passione per la boxe si erano intrecciati legami affettivi, esperienze lontane e un lungo cammino alla ricerca di una dimensione spirituale capace di rispondere alle sue inquietudini.
La strada lo condusse in diversi Paesi, tra cui Israele, Nepal, Sri Lanka e India. Fu soprattutto il contatto con le discipline orientali a influenzare la sua visione della vita. Dopo aver frequentato ambienti monastici, diventando prima monaco di clausura a Roma e poi camaldolese in Toscana, scelse progressivamente una forma di esistenza sempre più appartata. Passò anche per l’Abruzzo e la Sicilia, prima di arrivare definitivamente in Calabria.
Il suo approdo nella Presila catanzarese risale ai primi anni Ottanta. Dopo un viaggio in India nel 1982, dal 1984 si stabilì nel luogo in cui sarebbe rimasto per il resto della vita, invitato dall’allora parroco di Cerva, don Mimmo. La dimora era un edificio rurale un tempo legato alla lavorazione delle castagne, un pastillaro abbandonato che Piero restaurò personalmente, trasformandolo anche in uno spazio di preghiera e raccoglimento.
Lassù, a oltre mille metri di altitudine, aveva rinunciato a molte delle comodità considerate indispensabili. Si nutriva anche grazie al piccolo orto che coltivava con le proprie mani, raccogliendo le verdure per preparare pasti semplici. Camminava scalzo, affrontava il freddo e cercava nella natura una presenza costante. La sua quotidianità era fatta di preghiera, meditazione e silenzio, lontana da internet e dalle abitudini della società digitale.
Anche il linguaggio, per lui, aveva un peso diverso. Non sempre ricorreva alla parola parlata: spesso comunicava con i gesti o affidava i pensieri alla scrittura su un quaderno. Chi lo incontrava poteva trovarsi davanti a una figura capace di mettere in difficoltà le domande più scontate, proprio perché non offriva risposte convenzionali.
Un amico che lo conobbe nel 1994, dopo essere stato accompagnato da Antonello Iuliano, ha ricordato il modo in cui Piero sapeva spostare l’attenzione dall’interlocutore a se stesso. Alla domanda «Piero, come stai?», poteva rispondere semplicemente: «E tu?». Bastavano due parole per trasformare una visita in un’occasione di riflessione, per invitare chi gli stava davanti a fermarsi e ascoltarsi davvero.
Dietro la barba bianca, l’abito arancione e l’apparente distanza dal mondo, non c’era soltanto l’immagine di un asceta. C’era una persona che aveva attraversato passioni, contraddizioni, ideali e cambiamenti radicali, fino a trovare nella semplicità la propria forma di libertà. Per decenni il suo eremo è stato un punto di riferimento per chi desiderava avvicinarsi alla meditazione e alle discipline orientali, ma anche per chi cercava un incontro fuori dagli schemi.
Piero aveva raccontato la propria esperienza anche attraverso la scrittura. Tra i volumi legati al suo cammino c’era Diario di un Samniasi, testimonianza di tre anni di ricerca interiore. La sua ultima apparizione pubblica è stata a Petronà, dove ha presentato il libro Monachesimo tra preghiera, poesia e profezia. Un appuntamento che oggi assume il significato di un ultimo incontro con le persone e con quella parte di mondo da cui si era allontanato senza smettere del tutto di dialogare.
La sua idea della solitudine non coincideva con quella di un’esistenza vuota. Al contrario, in quel ritiro cercava una pienezza difficile da spiegare a chi misura la vita attraverso ciò che possiede o realizza. «L’essenza vera della vita non può essere rinchiusa in nessuna parola», ripeteva. E ancora, parlando del suo rifugio, lasciava emergere una visione in cui luogo, tempo e spazio sembravano dissolversi in qualcosa di più grande.
La Calabria, con i suoi boschi e le sue montagne, è stata per lui molto più di una destinazione. È diventata la terra in cui fermarsi dopo aver inseguito risposte in luoghi lontani, il paesaggio in cui mettere radici senza rinunciare alla ricerca. Una regione che custodisce una lunga storia di eremi e di spiritualità, dai luoghi appartati dei monaci fino alle figure di San Bruno e Gioacchino da Fiore, dove il silenzio della natura ha spesso offerto riparo a chi cercava un rapporto diverso con il divino.
A Cerva, Piero Bucciotti ha lasciato soprattutto il ricordo di una presenza discreta e singolare. Le visite si erano diradate nel corso degli anni, ma per chi aveva condiviso con lui anche solo un tratto di strada sono rimasti i gesti gentili, le verdure raccolte nell’orto, le risposte inattese e quella dolcezza che riusciva a convivere con la radicalità della sua scelta.
Ora che il suo cammino terreno si è concluso, resta l’immagine di un uomo che ha cercato la libertà togliendo, anziché accumulando; che ha attraversato il mondo per poi scegliere un angolo di Calabria; che ha affidato al silenzio ciò che le parole non riuscivano a contenere. Il saluto di un amico, affidato a una sola espressione — «Aum (Om)» — sembra raccogliere tutto questo: non una spiegazione, ma un ultimo gesto di vicinanza a Piero e alla vita che ha scelto di abitare fino alla fine.


















