Trump come Nixon? Il 25 luglio, il Vietnam e lo spettro di una guerra senza uscita

Trump come Nixon?
Trump come Nixon? Trump Like Nixon?

Il 25 luglio 1969 Richard Nixon formulava a Guam la dottrina destinata ad accompagnare l’uscita americana dal Vietnam. Cinquantasette anni dopo Donald Trump affronta il conflitto con l’Iran. Due presidenti profondamente diversi, due epoche lontane. Ma una domanda attraversa la storia americana: che cosa accade quando la più grande potenza militare del mondo entra in una guerra senza sapere esattamente come dovrà finirla?

Trump come Nixon? La domanda è volutamente provocatoria e la risposta più semplice sarebbe no. Richard Nixon e Donald Trump appartengono a due Americhe differenti. Diversi sono il sistema internazionale, gli avversari, gli strumenti militari e soprattutto le guerre che hanno dovuto affrontare. Eppure proprio oggi, 25 luglio, il calendario suggerisce un confronto difficile da ignorare.

Il 25 luglio 1969 Nixon era a Guam. La guerra del Vietnam logorava gli Stati Uniti e il presidente americano formulò quella che sarebbe diventata la Dottrina Nixon: Washington avrebbe continuato a rispettare i propri impegni e a sostenere gli alleati, ma questi avrebbero dovuto assumersi una responsabilità crescente per la propria difesa. Era il principio politico dal quale avrebbe preso forza la “vietnamizzazione” del conflitto. Dietro quella formula diplomatica si nascondeva però una realtà molto meno elegante: l’America doveva trovare il modo di uscire dal Vietnam.

Cinquantasette anni dopo Donald Trump si trova davanti a una domanda che, pur in uno scenario completamente differente, possiede qualcosa di terribilmente familiare: come finirà la guerra con l’Iran?

Il problema non è entrare in guerra, ma uscirne

Nixon non iniziò la guerra del Vietnam. Quando entrò alla Casa Bianca nel gennaio 1969, il coinvolgimento americano aveva già raggiunto dimensioni gigantesche. Il suo problema era trovare una strategia che consentisse agli Stati Uniti di ridurre progressivamente la propria presenza senza trasformare il ritiro in una dichiarazione di sconfitta.

Trump affronta una situazione differente. Ma proprio per questo la responsabilità politica diventa ancora più interessante. Perché il problema delle guerre non consiste soltanto nel decidere quando cominciarle: consiste nel capire quando fermarsi.

Una superpotenza può distruggere installazioni militari, neutralizzare sistemi missilistici, colpire infrastrutture e imporre costi enormi all’avversario. Ma nessuna di queste azioni risponde automaticamente alla domanda politica fondamentale: che cosa deve accadere perché Washington possa dichiarare conclusa la guerra?

È qui che Trump rischia di incontrare il fantasma di Nixon.

Il Vietnam fu un’escalation prima di diventare una tragedia

Il Vietnam non diventò la tragedia americana che conosciamo attraverso una singola decisione. Fu un processo. Un impegno ne giustificava un altro, una difficoltà richiedeva più uomini, un attacco richiedeva una risposta e una risposta considerata insufficiente richiedeva bombardamenti ancora più intensi. Ogni nuovo investimento rendeva politicamente più difficile ammettere che forse la strategia non stava funzionando.

È questa, molto più del numero dei soldati o della natura del campo di battaglia, la possibile analogia con l’Iran. L’Iran non deve diventare militarmente un altro Vietnam perché politicamente possa produrre una dinamica vietnamita.

È sufficiente che Washington entri nel meccanismo secondo cui ogni rappresaglia iraniana deve necessariamente ricevere una risposta americana più forte. A quel punto l’obiettivo rischia lentamente di cambiare: non si combatte più soltanto per ottenere qualcosa, ma anche per dimostrare che non si sta perdendo.

Ed è proprio questo uno dei meccanismi più pericolosi delle guerre: quando la credibilità di una potenza viene legata alla necessità di continuare a combattere, fermarsi diventa politicamente più difficile che continuare.

Trump potrebbe aver bisogno della sua Dottrina Nixon

Qui ritorna l’attualità di quel 25 luglio 1969. Nixon comprese che gli Stati Uniti non potevano essere indefinitamente i soldati di tutti i propri alleati. L’America avrebbe continuato a fornire armi, assistenza, deterrenza e sostegno, ma gli alleati avrebbero dovuto assumersi una parte crescente della propria sicurezza.

Cinquantasette anni dopo Trump potrebbe trovarsi davanti allo stesso problema: quanto della sicurezza del Medio Oriente deve essere garantito direttamente dagli Stati Uniti? Quanto devono assumersene Israele e gli alleati arabi? Fino a quale punto Washington deve intervenire direttamente per impedire all’Iran di modificare gli equilibri regionali?

Ed esiste soprattutto un momento nel quale gli alleati dell’America devono essere capaci di difendere quell’ordine senza che ogni crisi richieda un nuovo intervento americano?

È la domanda che Nixon pose all’Asia nel 1969 e che Trump potrebbe essere costretto a porre al Medio Oriente nel 2026. Potremmo persino parlare, con tutte le cautele necessarie, di una futura “iranizzazione” della crisi: non consegnare la regione a Teheran, ma trasferire progressivamente una parte maggiore della responsabilità della sicurezza agli attori regionali.

Le guerre possono sopravvivere ai presidenti

La storia di Nixon contiene però un secondo avvertimento. Nel 1972 il presidente repubblicano venne rieletto con una vittoria travolgente. Meno di due anni dopo lasciò la Casa Bianca, travolto dal Watergate. Il 9 agosto 1974 Richard Nixon si dimise dalla presidenza degli Stati Uniti.

Il Vietnam, però, continuò.

E il 30 aprile 1975 Saigon cadde.

Nixon non era più presidente quando arrivò l’epilogo della guerra dalla quale aveva cercato di liberare l’America. È una sequenza storica che dovrebbe ricordare qualcosa a ogni inquilino della Casa Bianca: le guerre possono durare più delle presidenze che cercano di governarle.

I presidenti cambiano, le amministrazioni finiscono, gli eserciti possono ritirarsi e le dottrine vengono sostituite. Le conseguenze delle decisioni strategiche, invece, rimangono.

Trump come Nixon?

Probabilmente la domanda, presa alla lettera, è sbagliata. Trump non è Nixon, l’Iran non è il Vietnam e il 2026 non è il 1969. La storia non si ripete con precisione matematica e utilizzare il Vietnam come semplice etichetta per ogni guerra americana sarebbe un errore.

Ma la storia non deve ripetersi perfettamente per essere utile. A volte ritorna sotto forma di problema.

Nixon arrivò alla Casa Bianca chiedendosi come liberare gli Stati Uniti da una guerra che sembrava non possedere una conclusione soddisfacente. Trump deve evitare che l’Iran diventi precisamente questo. Perché la più grande illusione delle superpotenze è credere che possedere la capacità di dominare militarmente una guerra significhi possedere anche la capacità di determinarne la conclusione.

Il Vietnam dimostrò che le due cose non coincidono.

Ed è forse questo il significato più inquietante della coincidenza del 25 luglio. Cinquantasette anni fa, a Guam, un presidente degli Stati Uniti cercava una dottrina per impedire all’America di rimanere intrappolata nelle guerre degli altri. Oggi un altro presidente americano deve decidere fino a dove spingere una guerra che rischia di modificare gli equilibri dell’intero Medio Oriente.

La domanda decisiva, allora, non è se Donald Trump disponga della forza necessaria per colpire ancora più duramente l’Iran. Gli Stati Uniti quella forza ce l’hanno. Non è neppure se Washington possa vincere altre battaglie.

La domanda che la storia del Vietnam consegna alla Casa Bianca è molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile:

Trump sa già come vuole che questa guerra finisca?

Se la risposta non è chiara, allora il paragone con Nixon smette di essere soltanto una provocazione giornalistica.

E comincia a diventare un avvertimento della storia.

Editoriale – Calabria Magnifica