Gaza-Israele: dal sogno di pace di Oslo al caos del 2023

Accordi di Oslo, Israele, Palestina (GettyImages)
Accordi di Oslo, Israele, Palestina (GettyImages)

Conflitto Israele-Palestina e il cammino tortuoso della pace in Medio Oriente

Era il 14 ottobre del 1994 quando a Oslo, Yasser Arafat presidente dell’OLP, il ministro degli Esteri Shimon Peres e il premier israeliano Yitzhak Rabin, ricevono il premio Nobel per la pace per i loro sforzi per creare la pace in Medio Oriente.

Storia di un sogno: quando Arafat e Rabin si strinsero la mano per la Pace

In una giornata di settembre del 1993, nel cortile della Casa Bianca, il mondo ha assistito a un momento storico di pacificazione. Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, e Yitzhak Rabin, primo ministro d’Israele, si sono stretti la mano, ponendo le basi per una nuova era di relazioni tra le loro nazioni da lungo tempo in conflitto. Dietro di loro, l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ha sorriso in una fotografia che ha catturato il significato profondo di quella giornata memorabile.

Quel gesto simbolico ha segnato l’epilogo di una serie di trattative politiche che hanno portato agli storici Accordi di Oslo. Conclusi nella capitale norvegese il 20 agosto dello stesso anno, gli accordi hanno posto le basi per una possibile riconciliazione tra israeliani e palestinesi.

“Il governo dello Stato di Israele e il team dell’Olp, detta ‘delegazione palestinese’, che rappresenta il popolo palestinese, concordano che è tempo di mettere fine a decenni di scontri e conflitti, di riconoscere i reciproci diritti legittimi e politici, e di sforzarsi di vivere nella coesistenza pacifica, nel mutuo rispetto e nella reciproca sicurezza, per giungere a un accordo di pace giusto, durevole e globale, e a una riconciliazione storica, attraverso il processo politico concordato”, recitavano le parole fondamentali di quei patti.

Nonostante la promessa iniziale di una tregua nel lungo conflitto arabo-israeliano, gli Accordi di Oslo non hanno risolto completamente la complessa questione palestinese. Mentre la stretta di mano tra Arafat e Rabin ha alimentato speranze in tutto il mondo, il cammino verso la pace si è dimostrato più complesso e accidentato del previsto.

I patti di Oslo per una risoluzione del conflitto Gaza-Israele

La nascita dei Patti di Oslo è stata il risultato di un intenso processo negoziale, composto da 14 sessioni ufficiali che si sono svolte tra il 1992 e il 1993. Attraverso la “Dichiarazione dei principi”, per la prima volta nella storia, gli israeliani hanno riconosciuto ufficialmente l’OLP come l’interlocutore legittimo del popolo palestinese e il diritto di governare su alcune delle aree occupate. Allo stesso tempo, l’OLP ha accettato il diritto di esistenza di Israele e ha rinunciato in modo formale all’uso della violenza per raggiungere i propri obiettivi, incluso l’obiettivo di stabilire uno Stato palestinese.

Questi accordi di pace sono stati il culmine di trattative segrete e pubbliche tra il governo israeliano e l’OLP, come parte di un ampio processo di pace finalizzato a porre fine al lungo conflitto tra arabi e israeliani. Questo accordo ha garantito all’OLP il controllo amministrativo su numerose città e villaggi a Gaza e in Cisgiordania, in seguito al ritiro delle truppe israeliane dalle zone occupate nel 1994. Insieme ai principi fondamentali, le due parti si sono impegnate a firmare anche le “Lettere di mutuo riconoscimento”.

Incipit degli Accordi di Oslo

La genesi degli storici Accordi di Oslo è stata segnata da un inizio non convenzionale, con i primi incontri che ebbero luogo indipendentemente dalla mediazione americana. Sia gli israeliani che i palestinesi, inizialmente, stabilirono contatti diretti, mentre in seguito la Norvegia offrì il proprio territorio come sede per i negoziati. I colloqui iniziali si svolsero a Londra e successivamente si spostarono a Zagabria e infine ad Oslo. Gli artefici di questo processo di pace, inizialmente avvolto nel segreto, includono non solo Shimon Peres, ma anche Johan Jørgen Holst, il ministro norvegese degli Affari esteri, e Terje Rød-Larsen insieme a Mona Juul. Durante la cerimonia di firma a Washington nel 1993, Warren Christopher rappresentò gli Stati Uniti e Andrei Kozyrev la Russia come garanti dell’accordo, con la partecipazione di Bill Clinton, Arafat e Rabin, entrambi in posizioni esecutive.

In Israele, il dibattito politico ha diviso le principali fazioni: la sinistra ha accolto l’accordo come un segnale positivo, mentre la destra si è opposta. Allo stesso modo, le reazioni dei palestinesi non sono state uniformi: mentre al Fatah si è accettato l’accordo, Hamas, il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, nati come “organizzazioni del rifiuto”, si sono opposti, rifiutandosi di accettare l’esistenza di uno Stato sionista. I dubbi sulle reali intenzioni reciproche hanno alimentato un clima di diffidenza pericoloso: gli israeliani avevano dubbi sulla sincerità delle intenzioni palestinesi riguardo alla pacificazione, mentre i palestinesi non erano fiduciosi riguardo alla reale possibilità di avere uno Stato proprio.

I contenuti cruciali degli Accordi di Oslo

Gli Accordi di Oslo del 1993 si sono concentranti principalmente sul riconoscimento dello Stato di Israele e dei reciproci diritti, nonché sulle problematiche relative alla Palestina. Tra le principali disposizioni vi era la richiesta di un ritiro delle forze israeliane da specifiche aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, insieme all’affermazione del diritto all’autogoverno attraverso l’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Si prevedeva che l’esecutivo palestinese ad interim durasse cinque anni, durante i quali sarebbe stato negoziato un accordo permanente, pianificato per maggio 1996. Le questioni più delicate, come la divisione di Gerusalemme, la questione dei rifugiati, gli insediamenti israeliani e la sicurezza dei confini, sono state intenzionalmente escluse dall’accordo. Fino alla conclusione di un accordo definitivo sullo status, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sarebbero state suddivise in tre zone, identificate con le prime tre lettere dell’alfabeto. La Zona A sarebbe stata sotto il pieno controllo dell’Autorità Palestinese, la Zona B avrebbe avuto un controllo civile palestinese con responsabilità per la sicurezza israeliana, mentre la Zona C sarebbe stata sotto la piena autorità israeliana, fatta eccezione per i civili palestinesi.

L’aspirazione all’autonomia: gli obiettivi chiave degli Accordi di Oslo

Gli obiettivi degli accordi di Oslo, sottoscritti con l’intento di stabilire una struttura di autogoverno palestinese transitorio, includevano l’elezione di un consiglio rappresentativo per la popolazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, con l’aspirazione a una soluzione permanente. L’ambizione di una gestione democratica si rifletteva nell’impegno per elezioni generali libere, mentre la giurisdizione del consiglio avrebbe coperto i territori designati, trattando le questioni rimanenti nei negoziati per lo status permanente. L’accordo prevedeva inoltre il trasferimento graduale di autorità tra le forze di difesa israeliane e le autorità palestinesi in settori come l’istruzione, la sanità, l’assistenza sociale, la tassazione e il turismo. Sotto la vigilanza di Israele per le minacce esterne, il consiglio avrebbe agito come forza di polizia. Un comitato di cooperazione economica arabo-israeliana avrebbe promosso programmi condivisi e la dichiarazione sarebbe stata ratificata un mese dopo la firma, comprendendo tutti i protocolli e i verbali correlati come parte integrante del patto.

Dopo la firma degli Accordi di Oslo, l’espansione degli insediamenti israeliani raggiunse un’accelerazione senza precedenti, generando crescente frustrazione tra i palestinesi, che accusavano Israele di aver ingannato le loro aspettative. Invece di raffreddarsi, il clima sociale infiammò ulteriormente nel corso degli anni. La tragica scomparsa di Yitzhak Rabin, assassinato durante un comizio a Tel Aviv il 4 novembre 1995, da Yigal Amir, uno studente israeliano, scosse profondamente la regione. Nonostante la nomina di Shimon Peres come nuovo capo del governo, il Partito Laburista subì una sconfitta nelle elezioni del 1996, aprendo la strada alla coalizione di destra guidata da Benjamin Netanyahu, del partito Likud, notoriamente contrario a qualsiasi forma di accordo con i palestinesi.

La concreta creazione di uno Stato palestinese rimase un miraggio e i leader di al Fatah nei primi anni del nuovo millennio espressero apertamente il sentimento di un sogno palestinese infranto, minato da blocchi e da un’espansione degli insediamenti israeliani che avevano contribuito al deterioramento delle condizioni economiche nel territorio palestinese.

Conflitto Gaza-Israele del 2023

La tensione tra Israele e la Palestina ha raggiunto un punto critico nel 2023, culminando in un’escalation di conflitti che ha scosso profondamente entrambe le parti. L’offensiva imponente di Hamas il 7 ottobre ha segnato un momento di svolta, con l’attacco lanciato su Tel Aviv, che ha scatenato una serie di reazioni violente e rappresaglie da entrambi i fronti. Da Gaza, in un attacco a sorpresa che ha superato le difese israeliane e ha colto di sorpresa gran parte degli osservatori e persino dei palestinesi stessi, sono stati lanciati oltre 5000 missili verso Tel Aviv, via terra, mare e aria, in un’offensiva senza precedenti.

Mentre i leader di Hamas giustificano l’azione come una risposta alle continue violazioni, il governo israeliano ha promesso una forte controffensiva. Tutto questo richiama alla mente la lunga e complessa storia di conflitto e sofferenza che ha segnato la regione per decenni. La ricerca di una soluzione pacifica sembra sempre più un’utopia, con le fiamme della discordia che continuano a divampare in modo incontrollabile. Mentre il mondo guarda con ansia, la speranza di una tregua duratura sembra ancora un obiettivo lontano. Soltanto il tempo dirà se sarà possibile porre fine a questo ciclo di violenza e instabilità che continua a minare la speranza di pace e stabilità in Medio Oriente.

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