Il dottor Marco Piccolo, psicologo a Cosenza, analizza i dati del Rapporto Bes 2026 dell’Istat: i giovani dichiarano un’elevata soddisfazione per la propria vita, ma la salute mentale peggiora e in Calabria persistono forti disuguaglianze nelle condizioni di benessere
Il benessere giovanile non può essere affidato esclusivamente alla psicologia, perché una parte significativa del disagio nasce anche dalle condizioni sociali, economiche ed educative in cui crescono le nuove generazioni. È il tema al centro della riflessione del dottor Marco Piccolo, psicologo a Cosenza, che commenta i risultati del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) 2026 dell’Istat, soffermandosi sul divario tra la soddisfazione dichiarata dai ragazzi, il peggioramento della salute mentale e le difficoltà che interessano la Calabria.
Il rapporto dell’Istat prende in esame la qualità della vita in Italia attraverso 148 indicatori. Tra i risultati emerge una situazione che presenta aspetti apparentemente contrastanti: i giovani tra i 14 e i 19 anni continuano a essere la fascia d’età che si dichiara più soddisfatta della propria vita, mentre l’indice di salute mentale relativo alla popolazione tra i 14 e i 24 anni risulta peggiorato rispetto al 2016.
Il quadro regionale aggiunge un ulteriore elemento di criticità. In Calabria, infatti, i valori medi sono inferiori a quelli nazionali in almeno dieci delle dodici dimensioni considerate dal rapporto. Un dato che richiama l’attenzione sulle condizioni complessive in cui si sviluppano le opportunità e le prospettive delle nuove generazioni.
Secondo la prospettiva della psicologia del profondo, nella tradizione psicodinamica, il modo in cui una persona valuta la propria vita non restituisce necessariamente tutta la complessità della sua esperienza interiore. Una percezione positiva della propria esistenza può convivere con paure, desideri e conflitti inconsci, senza che questi ultimi siano immediatamente riconoscibili.
Allo stesso tempo, l’individuo non è determinato soltanto dal proprio passato: conserva la possibilità di scegliere, assumersi responsabilità e cercare un significato per la propria esperienza. Questa libertà, tuttavia, non si esercita nel vuoto, ma all’interno di condizioni concrete che possono favorire oppure limitare le possibilità personali.
Da qui la necessità di distinguere il contributo della psicologia dalle responsabilità che riguardano la società e le istituzioni. Il sostegno psicologico può aiutare a comprendere e affrontare la sofferenza, ma non può sostituire le politiche pubbliche nella garanzia di lavoro, servizi, opportunità e prospettive future. Il rischio, sottolinea Piccolo, è quello di interpretare problemi collettivi esclusivamente come fragilità individuali, affidando alla psicoterapia il compito di aiutare le persone ad adattarsi a situazioni che richiederebbero invece un cambiamento.
La questione coinvolge anche la dimensione educativa. Famiglie, scuola e società sono chiamate a contribuire alla crescita di giovani capaci di sviluppare pensiero critico, interrogarsi sulla realtà, assumersi responsabilità e partecipare attivamente alla costruzione di una società migliore. L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto quello di insegnare ad adattarsi alle condizioni esistenti, ma anche di fornire gli strumenti per comprenderle e trasformarle.


















