Calabrie FES, a Reggio Calabria il festival chiude con Edgar Morin

Calabrie FES, a Reggio Calabria il festival chiude con Edgar Morin
Calabrie FES, a Reggio Calabria il festival chiude con Edgar Morin

La terza giornata del Calabrie FES Festival 2026 ha portato a Spazio Open la riflessione di Annamaria Anselmo sul pensiero di Edgar Morin, tra morte, complessità, spiritualità e comprensione della vita

A Reggio Calabria si è conclusa la sessione dedicata alla filosofia del Calabrie FES Festival, con l’ultimo appuntamento ospitato ieri, giovedì 24 settembre, negli spazi di Spazio Open. Protagonista della serata è stato Edgar Morin, al centro dell’intervento di Annamaria Anselmo, docente di Storia della Filosofia e di Storia e Filosofia della Complessità all’Università di Messina e tra i fondatori del Centro Studi di Filosofia della Complessità “Edgar Morin”.

L’incontro, dal titolo “Edgar Morin: pensare la morte per comprendere la vita”, ha affrontato uno dei nuclei fondamentali della riflessione del filosofo francese, scomparso lo scorso maggio. La morte è stata analizzata non come un argomento da allontanare, ma come una prospettiva attraverso cui interrogarsi sulla complessità dell’esistenza e sulla stessa condizione umana.

«Morin inizia una riflessione di tipo epistemologico partendo dalla morte, o meglio dalla relazione tra l’uomo e la morte – ha spiegato Anselmo –. Studiando questo problema da punti di vista diversi, dall’antropologia alla sociologia, dalla biologia all’etnologia e alla religione, comprende che l’essere umano è multidimensionale e non può essere studiato attraverso un’unica disciplina».

È proprio dall’esigenza di mettere in relazione saperi differenti che prende forma il pensiero della complessità. Un approccio che, secondo Anselmo, si contrappone alla frammentazione prodotta dalla crescente specializzazione delle discipline.

«Tendiamo a isolare il nostro oggetto di studio, a decontestualizzarlo e a recidere le relazioni tra i diversi livelli della realtà. Ma così rischiamo di non comprendere neanche ciò che stiamo studiando e di non riuscire a salvaguardare le relazioni umane, che sono la cosa più importante».

Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche il primo importante lavoro di Morin sulla morte. Nel 1951, quando entrò come sociologo al CNRS, il Centro nazionale della ricerca scientifica di Parigi, il filosofo iniziò infatti a sviluppare una riflessione proprio sul rapporto tra l’uomo e la propria finitudine.

«L’uomo e la morte è il suo primo contributo. Ma perché la morte? Perché Morin si confronta precocemente con la contraddizione della vita e questa esperienza lo accompagnerà nella costruzione del suo pensiero della complessità».

Il confronto con la morte, nella prospettiva illustrata da Anselmo, diventa quindi anche un modo per misurarsi con incertezza, crisi e contraddizioni della vita. Una riflessione che comprende inoltre la dimensione spirituale, pur senza tradursi in una concezione religiosa della salvezza.

«Morin è un agnostico, non crede in una religione della salvezza, ma salva molto la spiritualità. Capisce che guardare alla morte aiuta a comprendere come dobbiamo vivere».

La discussione si è allargata anche alle rappresentazioni elaborate dall’umanità davanti alla propria finitudine: miti, divinità, concezioni dell’aldilà e immagini della vita dopo la morte. Nella lettura proposta durante l’incontro, anche questi elementi appartengono alla multidimensionalità dell’essere umano e rientrano dunque nella complessità che Morin invita a osservare.

L’appuntamento con Anselmo ha chiuso il percorso filosofico iniziato il 22 settembre con Marco Guzzi, filosofo e poeta e fondatore del movimento Darsi Pace, autore dell’intervento “La morte e la rivoluzione”. Il giorno successivo, sempre a Spazio Open, era intervenuto Fra Frederic Vermorel, eremita diocesano del Monastero di Sant’Ilarione di Gaza a Caulonia, con la riflessione “Signore dà a ciascuno la sua propria morte”, introdotta da Giuseppe Licordari.

Tre letture differenti hanno così affrontato il tema della finitudine attraverso prospettive filosofiche, religiose e legate al pensiero della complessità.

«Abbiamo visto la morte da tre punti di vista totalmente diversi, che però si intrecciano – ha sottolineato Gianni Votano, portavoce dell’Osservatorio Da Sud e coordinatore organizzativo del festival –. Abbiamo parlato di rivoluzione con Marco Guzzi, della spiritualità eremitica basiliana con Frederic Vermorel e, oggi, del pensiero di Edgar Morin, grande filosofo agnostico ma aperto al mistero».

Particolare attenzione è stata dedicata anche alla risposta del pubblico. La partecipazione alle tre giornate, spiegano gli organizzatori, è stata superiore alle aspettative, con un pubblico numeroso e attento e diverse domande durante gli incontri.

«Contrariamente alle previsioni, parlare di morte in modo corretto, confrontarsi con la morte e con la sua dimensione ha attirato tante persone. Tutte e tre le giornate sono state seguite da un pubblico numeroso e attento, che ha posto domande importanti».

Con l’appuntamento dedicato a Morin si è conclusa la prima articolazione annuale del Calabrie FES, acronimo di Filosofia, Economia e Storia, promosso dall’Osservatorio Da Sud insieme a Spazio Open, Med Media e al quotidiano CULT (Cultandsocial.it).

Il programma del 2026 era iniziato il 4 e 5 febbraio con la sessione storica “Lo spartiacque della Calabria: il 1783 e i grandi terremoti”. Il 22 giugno era arrivato invece il momento della sessione economica, dedicata a “Quale speranza per l’Europa? Tra crisi, venti di guerra e nuove povertà”, con Gabriele Guzzi e Pasquale Tridico.

Il progetto guarda già alla prossima edizione. «C’è già in cantiere l’edizione del 2027 – ha annunciato Votano – e sono in programmazione le sessioni Economia, Storia e Filosofia. Per il prossimo anno abbiamo già ricevuto l’interesse di importanti realtà a livello nazionale e, molto probabilmente, la seconda edizione vedrà partenariati prestigiosi, anche con festival di filosofia».