Dalla Calabria a Londra, la ricercatrice Serena Giardino racconta il suo percorso nella fisica teorica e le sfide dello studio della gravità e dell’universo
di Brunella Giacobbe
La dott.ssa Serena Giardino è ricercatore associato presso l’Imperial College London.
Attualmente, la sua ricerca si concentra sulla cosmologia e sulla gravità, con un interesse specifico per il lensing delle onde gravitazionali nell’ambito della gravità modificata. L’obiettivo principale del suo lavoro è approfondire la comprensione del comportamento della gravità su grandi scale.
Classe 1994, cresciuta a Rogliano in provincia di Cosenza, ci racconta che “a 5 anni, un libro con bellissime foto dei pianeti del Sistema Solare ha fatto nascere la mia passione per lo spazio” e che nonostante ciò “al liceo, la fisica non era tra i miei principali interessi, avendo sempre preferito letteratura, storia e filosofia”.
Eppure, ha poi deciso di studiare Astronomia all’Università di Bologna “perché sapevo che sarebbe stata una sfida”. Ha poi preso la magistrale in Fisica Teorica, sempre a Bologna “perché volevo capire le leggi della natura a livello fondamentale”.
Serena Giardino vanta una solida esperienza nell’insegnamento, nella co-supervisione e nella presentazione dei propri risultati scientifici alla comunità internazionale. È inoltre attivamente impegnata nel mentoring della nuova generazione di scienziati e nella promozione delle pari opportunità nel settore accademico. Dedica grande energia alla divulgazione scientifica, mossa dal desiderio di condividere l’entusiasmo per la fisica e restituire valore alla società.
Quando e perché ha deciso di proseguire gli studi all’estero?
“Essendo cresciuta in un piccolo paese, ho sempre avuto il desiderio di vedere il mondo. Per soddisfare questa curiosità, ho fatto un semestre all’estero con l’Erasmus alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera e sono stata affascinata dalla Germania. Ho quindi deciso di fare un dottorato all’Istituto Max Planck per la Fisica Gravitazionale a Potsdam, vicino Berlino, e poi di continuare con un posto da ricercatrice all’Imperial College di Londra, dove sono adesso”.
Cosa le ha dato quella prima esperienza all’estero?
“Ciò che cercavo: allargare i miei orizzonti e venire a contatto con la comunità scientifica mondiale, il che ha decisamente elevato i miei standard scientifici, e di conoscere persone che mi hanno ispirato e insegnato molto”.
Cosa le sta dando filo da torcere nelle sue attuali ricerche?
“Non sappiamo di cosa sia composto il 95% dell’universo! La materia di cui è fatto tutto ciò che vediamo costituisce circa il 5% del contenuto totale di materia e di energia dell’universo. Al restante 95% abbiamo dato i nomi di “materia oscura” ed “energia oscura”, perché non abbiamo idea di cosa siano: ne vediamo solo gli effetti indiretti quando osserviamo il cosmo. La nostra comprensione di questi effetti è basata sulla teoria della relatività generale di Einstein, che è la migliore teoria di gravità mai formulata finora. Forse, però, questa teoria ha bisogno di qualche piccola modifica se la applichiamo su distanze ben oltre il nostro sistema solare o la nostra galassia. La domanda che guida la mia ricerca è: possono queste piccole modifiche spiegare quello che osserviamo nell’universo, senza aver bisogno di questa misteriosa energia oscura?
Davvero molto affascinante, e ci dica: affronta tutto ciò da sola o in team?
“In tutti i miei progetti lavoro in un team, ma sono sempre necessari dei periodi in cui riflettere a fondo su un particolare problema da sola. Una delle parti che amo di più della scienza, però, è proprio la collaborazione: discutere con altri fisici scribacchiando formule alla lavagna è un ottimo modo per far nascere idee, e penso che lo scambio di diverse prospettive sullo stesso problema sia in generale una chiave della creatività”.
Rileviamo una bassa presenza femminile nel suo settore e inoltre sappiamo che lei lavora, in questo senso, sulla parità di genere.
“Nel mio settore, la fisica teorica, le donne sono circa il 10%. Le ragioni sono complesse, ma penso che gli stereotipi giochino un ruolo importante: chi lavora in questo campo viene immaginato come un folle genio solitario, perso nelle sue equazioni”.
E questo in qualche modo scoraggia le donne?
“Sì, ma non solo scoraggia le donne, che non si ritrovano in questo ideale anche se trovano la fisica interessante, e sono in generale molto più insicure degli uomini (a tutti i livelli di abilità), ma può anche creare nei luoghi di lavoro una cultura poco accogliente per chi non rispetta lo stereotipo”.
Quindi quali soluzioni a riguardo?
“Solo per menzionarne qualcuna: servono una notevole resilienza e la maturità di non lasciarsi intimidire affatto dall’essere l’unica donna nella stanza a presentare le proprie idee a una platea di uomini, ma il potenziale contributo di una persona alla scienza non dipende dal genere. Per fortuna, la cultura sta lentamente cambiando”.
E da punto di vista prettamente accademico?
“Un ulteriore beneficio per tutti, non solo le donne, sarebbe una carriera accademica meno instabile, che non richieda di sacrificare la propria intera vita privata al lavoro e permetta quindi più facilmente di avere una famiglia”.
Collegandoci a ciò, come vorrebbe essere stata ispirata, in quanto donna, durante il suo periodo di studi?
“La prima persona che mi ha davvero ispirato in questa carriera è stata la professoressa con cui ho fatto il dottorato. Non pensavo si potesse essere eccellenti scientificamente e avere una tale empatia e sensibilità, ma lei mi ha mostrato che è possibile. Ovviamente anche gli uomini possono essere dei mentori eccellenti, ma in un sistema dove le donne sono così poche, fa davvero differenza essere supportati da qualcuno in cui ti immedesimi”.
Chiarissimo. Forse è anche per questo che ama fare divulgazione scientifica, anche ai più piccoli?
“Sì. Trasmettere l’entusiasmo per la scienza agli altri è estremamente significativo e importante per me. Lo vedo anche come un modo di restituire qualcosa alla società, visto che la mia ricerca è finanziata da fondi pubblici. Uno dei momenti migliori del mio lavoro è vedere la curiosità e lo stupore negli occhi di qualcuno, specialmente se giovane, a cui spiego come funziona qualcosa per la prima volta. Anche solo per momenti come questo vale la pena di fare il lavoro che faccio”.
Cosa la rende davvero felice?
“La libertà di creare la mia vita senza costrizioni, la fortuna di poter esplorare il nostro meraviglioso pianeta, l’autentica connessione con altre persone, e soprattutto sentirmi parte di qualcosa di più grande, che sia una comunità o l’universo stesso”.
E che ruolo gioca la meraviglia nel suo lavoro?
“La meraviglia per l’universo è senza dubbio il principale motivo per cui faccio questo lavoro. Adoro guardare il cielo notturno e pensare a quanto ci sia là fuori che ancora non conosciamo. Siamo allo stesso tempo piccolissimi nell’universo eppure grandi, perché siamo in grado di capire tante cose su come funziona la natura”.
Siamo curiosi di sapere in che modo pensi che la sua vita lavorativa e la sua vita personale si sostengano a vicenda, se lo fanno.
“Ho avuto periodi in cui mi sono concentrata così tanto sugli studi a discapito della vita personale, e un forte momento di crisi durante il Covid mi ha fatto rivalutare cosa abbia davvero importanza. Da allora, ho capito che la salute fisica e mentale è la base di qualsiasi cosa, inclusa la mia vita lavorativa, e mi prendo molto cura di entrambe. Amo fare sport (ho appena fatto la mia prima mezza maratona!) e arricchire la mia cultura e creatività in modi che non hanno nulla a che fare con la fisica”.
Tornando alla ricerca, quanto entrano in gioco nel suo lavoro metodo e intuizione?
“Per fare ricerca bisogna imparare cosa è stato già studiato prima, e sicuramente bisogna essere molto metodici e attenti ai dettagli. Ma questo non basta, perché’ lo scopo della ricerca è trovare qualcosa di nuovo, quindi la creatività, e l’intuizione da seguire per trovare buone idee, sono ancora più importanti, e sicuramente non lo sapevo prima di iniziare a fare ricerca in fisica”.
E in che misura è utilizzata l’intelligenza artificiale nel suo settore e nella sua specifica attività?
“Iniziano a esserci dei lavori che usano l’AI per estrarre delle leggi fisiche da sistemi estremamente complicati. In ambiti in cui bisogna analizzare grandi quantità di dati (astrofisica, fisica delle particelle) si usa molto già da tempo. Resta sempre il problema di quanto ci si possa fidare di una “black box”, quando si ha a che fare con cose importanti”.
Pensa mai al suo territorio d’origine? Che rapporto ha con l’Italia e la Calabria?
“Mi intristisce vedere come i giovani ricevano un’istruzione universitaria di buon livello in Italia e poi trovino lavoro nella ricerca molto più facilmente all’estero, semplicemente perché non si investe a sufficienza in questo settore. L’Italia dovrebbe fare di meglio, altrimenti non sarà mai competitiva con altri paesi europei. Rispetto molto chi riesce a restare e costruire qualcosa nella propria terra, rendendola migliore, ma per me avrebbe comportato forti limitazioni e ancora più incertezze e difficoltà nella carriera”.
Vorremmo chiudere con un suo messaggio ai giovani che si stanno affacciando ora al suo settore.
“Non serve essere un genio per fare fisica. Quello che conta veramente è la curiosità di capire come funziona il mondo, e la voglia di impegnarsi. Possiamo tutti contribuire in qualche modo a questo grande progetto umano che è la scienza, e i frutti della conoscenza dovrebbero appartenere all’intera umanità. Inoltre, la ricerca in fisica richiede molta creatività, cosa che decisamente non si intuisce dalla fisica studiata a scuola!”.


















