Due gambe perse, una forza infinita: la storia di Giusy Versace
Ci sono strade che non sono solo asfalto. Sono linee di confine. Prima e dopo.
Il 22 agosto 2005, su una di quelle strade che attraversano la Calabria come una cicatrice antica, Giusy Versace ha incontrato il momento che le avrebbe cambiato la vita.
Era pomeriggio inoltrato. Pioveva a tratti, quella pioggia insidiosa che non sembra pericolosa finché non lo diventa. All’uscita di una galleria, lungo la Salerno–Reggio Calabria, l’auto ha perso aderenza. Un attimo soltanto. Poi il rumore secco del metallo, il guardrail che entra nell’abitacolo, il corpo che smette di obbedire.
Giusy non perde conoscenza. È lucida. Ricorda tutto. Ricorda persino il silenzio irreale che segue lo schianto.
In quell’istante non perde solo le gambe, amputate sotto il ginocchio, ma la vita così come l’aveva immaginata fino a quel giorno. Aveva ventotto anni. Eppure, senza saperlo, stava nascendo una storia nuova.
I soccorsi arrivano in fretta. L’elicottero la porta all’ospedale di Reggio Calabria. Le sale operatorie diventano il primo campo di battaglia. La consapevolezza arriva dopo, lentamente, come un’onda che non si può fermare. È lì che Giusy capisce che niente sarà più come prima. Ma è anche lì che, silenziosamente, prende forma una decisione: non fermarsi.
Negli anni successivi, Giusy Versace sceglie di non essere definita dalla mancanza, ma dal movimento. Impara di nuovo a stare in piedi, a camminare, a correre. Con le protesi, sì, che fanno male e stancano, ma che diventano strumenti di libertà. Diventa la prima atleta paralimpica italiana a gareggiare con protesi bilaterali e arriva fino alle Paralimpiadi di Londra 2012. Un traguardo che, solo pochi anni prima, sarebbe sembrato impossibile.
E poi la danza. Perché no? Ballando con le stelle diventa un’altra sfida, un altro linguaggio per dire al mondo che il corpo cambia, ma il desiderio resta. Vince. E vince senza retorica, con determinazione.
Nel frattempo, la sua voce entra anche nelle istituzioni. Dal 2018 siede in Parlamento, attraversando stagioni politiche diverse, senza mai smettere di portare con sé la sua storia come testimonianza concreta, non come bandiera.
C’è una frase che Giusy ripete spesso: «Il 20 maggio sono nata, il 22 agosto sono rinata».
Quel giorno, per lei, non è più solo dolore. È una festa, un promemoria, la prova che la vita non finisce quando cambia forma.
Ha raccontato tutto in un libro, Con la testa e con il cuore si va ovunque, senza abbellire, senza nascondere la fatica. Perché il suo messaggio è semplice e potentissimo: non conta ciò che perdi, ma ciò che scegli di fare dopo.
E così, da una strada calabrese bagnata di pioggia e silenzio, è partita una delle storie più luminose di rinascita che questo Paese conosca.
Una storia che ci ricorda che essere “interi” non significa avere tutto, ma non smettere mai di andare avanti.


















