Il Procuratore Capo di Napoli, Nicola Gratteri intervistato da Riccardo Iacona interviene sul provvedimento per i detenuti tossicodipendenti: «Otto anni sono assai». E rilancia il tema della separazione tra politica e magistratura.
Il tema delle carceri torna al centro del dibattito e, nella puntata di Presa Diretta andata in onda questa sera, è Nicola Gratteri a mettere sul tavolo le questioni più delicate.
Il punto di partenza è il sovraffollamento: a Regina Coeli, a fronte di 619 posti disponibili, i detenuti sono 1.133. Una situazione che ha portato il governo a intervenire anche con il provvedimento che prevede il trasferimento nelle comunità dei detenuti con problemi di dipendenza da droga e alcol.
Ma per Gratteri la questione non può essere affrontata semplicemente facendo uscire persone dal carcere.
«Io da anni che dico che i tossicodipendenti non devono stare in carcere», spiega il procuratore. Il riferimento, però, è soprattutto ai giovani tossicodipendenti che commettono piccoli reati per procurarsi la droga.
Il problema nasce quando la misura riguarda anche chi ha una pena residua molto lunga.
«Anche un tossicodipendente che ha un residuo pena di otto anni va in comunità terapeutica? Otto anni sono assai», osserva Gratteri, sottolineando la distanza tra il problema della dipendenza e quello di chi sta scontando una condanna importante.
E c’è un’altra questione: le comunità sono realmente attrezzate per accogliere queste persone?
Nel servizio parla Germana Cesarano, responsabile della Comunità Magliana 80, storica realtà romana attiva da 46 anni. I posti sono limitati e le strutture lavorano già a pieno regime.
La sua frase fotografa perfettamente il problema:
«Una comunità non può diventare un carcere col giardino».
È qui che le parole di Gratteri diventano particolarmente significative: curare una dipendenza non significa automaticamente cancellare la responsabilità per un reato, ma il carcere non può nemmeno diventare la risposta ordinaria alla tossicodipendenza.
Il “pugno duro” e il ruolo della magistratura
Gratteri allarga poi il ragionamento alla politica sulla sicurezza.
Da una parte, osserva, il governo parla di «pugno duro», «giro di vite» e «tolleranza zero» contro la criminalità. Dall’altra introduce una misura destinata a portare alcuni detenuti fuori dal carcere.
Ma il passaggio più netto arriva quando il procuratore affronta il rapporto tra politica e magistratura.
Criticando l’idea che l’aumento dei detenuti possa essere ricondotto alle decisioni dei magistrati, Gratteri evidenzia quello che considera un paradosso: se i magistrati arrestano, vengono accusati di contribuire al sovraffollamento; se non arrestano, possono essere accusati di non fare il proprio dovere.
Poi la frase che rappresenta forse il cuore istituzionale del suo intervento: «I poteri dello Stato devono rimanere separati».
Per Gratteri politica e magistratura hanno ruoli e funzioni distinti, e proprio questa separazione rappresenta una garanzia per tutti.
La domanda che resta
L’intervento di Gratteri, dunque, non riguarda soltanto il provvedimento sulle carceri.
Riguarda una domanda più grande: che cosa vogliamo che sia il carcere?
Un luogo esclusivamente destinato alla pena oppure anche uno strumento di recupero? E, quando si parla di tossicodipendenza, è davvero sufficiente spostare il detenuto dal carcere a una comunità?
La risposta non può essere soltanto numerica.
Non basta liberare posti nelle carceri se le comunità non hanno gli strumenti per accogliere chi arriva. E non basta parlare di recupero se una struttura terapeutica rischia di trasformarsi in un carcere.
È questo il punto che Presa Diretta ha portato all’attenzione e che le parole di Nicola Gratteri rendono ancora più evidente: giustizia, sicurezza e recupero hanno bisogno di risposte diverse, ma devono stare dentro un sistema nel quale ciascuno — politica, magistratura e strutture sociali — mantenga il proprio ruolo


















