Figli delle stelle: quando un’intro diventa memoria

Luigi Mussari negli studi di Radio Catanzaro Nord, nei primi anni ’80.
Luigi Mussari negli studi di Radio Catanzaro Nord, nei primi anni ’80.

Da Alan Sorrenti alla Notte Piccante di Catanzaro, passando per i ricordi di una radio senza countdown

Quelle prime note di “Figli delle stelle” di Alan Sorrenti arrivano lentamente, quasi in punta di piedi. Le riconosci subito. E per chi, come me, ha avuto un passato da speaker radiofonico, quell’intro racconta molto più di una semplice canzone.

Prima, però, corre l’obbligo di fare un plauso a Enzo Caroleo e agli altri musicisti che, in piazza Prefettura a Catanzaro, hanno eseguito il brano durante la Notte Piccante. Una bella prova, fatta di preparazione, qualità e affiatamento. Enzo, alla batteria, ha condiviso il palco con la corista di Loredana Bertè e con musicisti di grande spessore, e devo dire che è stato davvero un piacere ascoltarli. Bravi davvero.

QUANDO IN RADIO DOVEVI CONOSCERE L’INTRO A MEMORIA

E poi c’è quell’intro. Perché una volta in radio non c’erano i countdown che oggi ti dicono esattamente quando entrare. Dovevi conoscere il disco, studiare l’apertura, calcolare i tempi e sapere quando parlare e quando, invece, lasciare spazio alla musica. Io, in quella cosa, mi divertivo un mondo.

Prendevi il disco, ascoltavi l’intro più volte, cercavi di capire quanto tempo avevi a disposizione e poi provavi a entrarci con la voce senza coprire quello che stava per arrivare. Era una questione di tempi, attenzione e soprattutto di ascolto.

Con Figli delle stelle era particolarmente piacevole. Quelle prime note ti lasciavano il tempo di costruire l’atmosfera, dire qualcosa al microfono e poi, al momento giusto, lasciare che fosse il brano a prendere il sopravvento.

Ed è curioso come, a distanza di tanti anni, mi sia ritrovato a fare praticamente la stessa cosa, questa volta non dietro un microfono ma davanti a una timeline di montaggio.

Come Calabria Magnifica, abbiamo seguito la Notte Piccante raccontandone l’evento anche attraverso le immagini. E nel curare il montaggio video mi sono ritrovato davanti proprio a quel problema che conoscevo bene dai tempi della radio: quando far partire la musica e quando lasciare spazio alla voce?

Ho scelto di mantenere l’intro di Figli delle stelle e di lasciarla scorrere sotto la voce di The Big Drummer, Ivano Zanotti. Una scelta voluta. Perché quell’intro aveva bisogno di respirare. Non volevo tagliarla, né sacrificarla per la voce. Volevo che facesse esattamente quello che faceva tanti anni fa in radio: creare l’atmosfera e accompagnare la parola fino al momento in cui la musica prende il sopravvento. E mentre lavoravo al montaggio mi sono accorto che, in fondo, il mestiere non era poi così cambiato. Sono cambiati gli strumenti, è cambiato il modo di raccontare un evento, ma il rapporto tra voce, musica e tempo è rimasto lo stesso.

Enzo Caroleo alla Notte Piccante di Catanzaro, Figli delle stelle
Enzo Caroleo alla Notte Piccante di Catanzaro, Figli delle stelle

NON SOLO DISCO MUSIC: LA STORIA E IL SIGNIFICATO DEL BRANO

Quando Figli delle stelle arriva nel 1977, Alan Sorrenti ha già alle spalle un percorso molto particolare. I suoi primi lavori sono lontani dalla dimensione pop che lo renderà famoso al grande pubblico e risentono fortemente delle influenze del rock progressivo e della musica sperimentale. Con l’album Figli delle stelle arriva invece una trasformazione evidente. Sorrenti si avvicina alle sonorità funk, soul e disco che in quegli anni stanno conquistando le radio e le piste da ballo, senza rinunciare alla propria identità.

Il singolo diventa uno dei suoi maggiori successi e finisce per rappresentare, nell’immaginario collettivo, uno dei brani più riconoscibili della disco music italiana degli anni Settanta. Ma ascoltandolo oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, la cosa interessante è che il brano non si esaurisce nella sua dimensione musicale.

Il titolo stesso contiene una delle chiavi per leggerlo: Figli delle stelle richiama l’idea di una comune origine cosmica, di uomini e donne che appartengono allo stesso universo. È un’immagine semplice, ma molto forte, che mette insieme dimensione umana e spirituale.

Il testo parla di incontro, desiderio, libertà e di quel bisogno, molto umano, di sentirsi parte di qualcosa. Non c’è però un tono solenne: tutto passa attraverso una musica leggera, ritmata, costruita per essere ascoltata e ballata.

Ed è probabilmente proprio questo contrasto a rendere il pezzo così efficace. La canzone nasce in un momento in cui la disco music sta cambiando il modo di vivere la musica. Le produzioni diventano più ritmiche, il basso e la batteria assumono un ruolo centrale e il confine tra ascolto e ballo diventa sempre più sottile. Sorrenti intercetta quella stagione e la porta nella musica italiana.

Il risultato è un brano che funziona immediatamente, ma che lascia anche spazio a una lettura diversa. Puoi ascoltarlo semplicemente per il suo ritmo oppure soffermarti sulle immagini del testo e su quell’idea di appartenenza che il titolo suggerisce.

Ed è forse questo uno dei motivi per cui Figli delle stelle ha continuato a circolare negli anni, passando dalle radio alle feste, dalle compilation alle nuove interpretazioni. Non è necessario trasformarla in qualcosa che non è.

È una grande canzone pop, nata in un preciso momento della musica italiana, ma costruita con elementi che hanno dimostrato di poter andare oltre quel momento.

E tornando a quelle prime note, capisco anche perché ancora oggi mi colpiscano così tanto. Non è soltanto nostalgia per la radio.

È il riconoscimento immediato di una costruzione musicale che funziona ancora: l’intro che prepara, il ritmo che entra, la voce che arriva e quel motivo che, dopo pochi secondi, hai già in testa.

In fondo, dagli studi radiofonici degli anni ’80 a una timeline di montaggio del 2026, sono cambiate le tecnologie, non l’attenzione per la musica e per i suoi tempi.